
Dipendenze comportamentali: cosa nascondono davvero
1 Luglio 2026Ci sono coppie che stanno insieme da anni pur sapendo, in modo più o meno consapevole, che quella relazione non funziona e non le rende felici. Non c’è una crisi acuta, non c’è un tradimento, non c’è un evento che ha fatto da spartiacque. C’è qualcosa di più sottile e molto più tenace: l’incapacità di andarsene anche quando sarebbe la cosa sensata da fare.
Nella pratica clinica, una delle domande che mi sento rivolgere più spesso non è “come faccio a stare meglio con il mio partner”. È “perché non riesco ad andarmene, pur sapendo che dovrei?”. È una domanda che vale la pena prendere sul serio, perché dietro ci sta una distinzione che di solito non viene fatta.
Relazione che non funziona: amore o attaccamento?
La risposta che quasi tutti si danno è sempre la stessa: “Perché lo/la amo ancora.” Ed è qui che si annida il primo equivoco.
L’amore romantico e l’attaccamento si assomigliano in superficie. Entrambi producono pensieri ossessivi, dipendenza emotiva, dolore alla separazione. Ma funzionano in modo completamente diverso. L’investimento romantico cresce con la qualità della relazione: cresce con la fiducia, con la conoscenza reciproca, con quello che si costruisce insieme. L’attaccamento, invece, si aggancia, e lo fa in modo automatico, spesso indipendentemente da come l’altro si comporta. Tende a rafforzarsi proprio quando il legame è instabile, intermittente, imprevedibile.
È uno dei paradossi che chi lavora con le coppie incontra di continuo: spesso non si è più legati a chi ci tratta bene, ma a chi ci tratta in modo imprevedibile. L’incertezza, l’alternanza tra vicinanza e distanza, tra calore e freddezza, attiva i circuiti dell’attaccamento in modo molto più potente di una relazione stabile e sicura.
La ferita che tiene legati: l’abbandono come schema invisibile
Perché alcune persone sviluppano un attaccamento così forte da diventare una trappola? La risposta, quasi sempre, non sta nella relazione attuale. Sta molto più indietro.
L’attaccamento che non molla è quasi sempre collegato a una ferita antica, quella che in psicologia chiamiamo “ferita dell’abbandono“. Non si tratta necessariamente di un abbandono fisico nell’infanzia. Può essere una madre emotivamente assente, un padre imprevedibile, una famiglia in cui la vicinanza affettiva non era garantita ma andava conquistata di volta in volta.
Chi cresce in questo contesto sviluppa un sistema di allerta interno molto sensibile. Il cervello ha imparato che l’amore è qualcosa che può scomparire, e si organizza per evitarlo a qualunque costo, anche quando il costo è restare in una relazione che non funziona.
Il risultato è che il dolore della separazione non viene vissuto come “mi fa stare male questa persona” ma come “se me ne vado, sarò solo per sempre”. Non è una previsione razionale. È uno schema emotivo profondo che riattiva, ogni volta, la stessa paura di base.
Il loop che si autoalimenta
Qui entra in gioco quello che in psicoterapia breve strategica chiamiamo “tentata soluzione disfunzionale“: il tentativo di risolvere il problema che finisce per mantenerlo in vita.
Chi ha paura dell’abbandono tende a fare una cosa molto precisa: aggrapparsi. Si aggancia emotivamente, cerca rassicurazioni continue, tollera cose che in altri contesti non tollererebbe, minimizza i segnali negativi. Tutto questo non nasce dalla debolezza. Nasce da un sistema di sopravvivenza che funzionava in passato e che ora gira a vuoto.
Il problema è che aggrapparsi rinforza la dipendenza. Ogni volta che si rimane per paura di andarsene, il messaggio che il sistema emotivo registra è: “Senza questa persona non ce la faccio.” E la prossima volta sarà ancora più difficile andarsene.
È un loop chiuso. Rimango perché ho paura. La paura si rafforza. Rimango ancora.
Curare la ferita: il punto che di solito viene saltato
La maggior parte delle persone che vive questa dinamica si ferma qui: capisce il meccanismo, riconosce la ferita dell’abbandono, forse inizia anche un percorso. Poi però commette un errore sottile: usa la comprensione per giustificarsi invece che per cambiare.
“Rimango perché ho la ferita dell’abbandono” diventa, paradossalmente, una nuova ragione per non andarsene.
Il lavoro vero è curare la ferita. Non aggirarla. Non razionalizzarla. Curarla. Questo significa imparare a reggere il dolore dell’incertezza senza dover riempire il vuoto immediatamente. Significa costruire una relazione con se stessi abbastanza solida da rendere sopportabile l’idea di stare soli, almeno per un po’. Significa, spesso con il supporto di uno psicoterapeuta, rielaborare quelle esperienze precoci che hanno insegnato al sistema emotivo che l’abbandono è una minaccia a cui non si sopravvive.
Quando la ferita inizia a rimarginarsi, il dolore non sparisce. Cambia qualità. Diventa qualcosa che si riesce a tenere in mano invece di qualcosa che ti travolge. E quando il dolore è gestibile, la scelta torna a essere possibile.
Dal bisogno dell’altro alla scelta dell’impegno
C’è una differenza enorme tra restare in una relazione perché si ha bisogno dell’altro e restare perché si sceglie di impegnarsi. Nel primo caso non si è solo in una relazione che non funziona. Si è in una dipendenza.
Il passaggio da uno all’altro non è un click mentale. È un processo. E passa, prima o poi, attraverso la domanda più scomoda: “Se non avessi paura, rimarrei comunque?” Se la risposta onesta è no, o anche solo “non lo so”, quella è la risposta che merita attenzione.
Non si tratta di decidere se lasciarsi o no. Si tratta di capire da cosa nasce la scelta. Una eelazione che non funziona tenuta in piedi dalla paura non è stabile: è sospesa. E le relazioni che non funzionano consumano, lentamente, entrambe le persone che ci stanno dentro.
Il punto di arrivo di un percorso ben fatto non è per forza la separazione. Alcune coppie, quando la dipendenza si allenta, scoprono che sotto c’è ancora qualcosa di reale. Altre no. In entrambi i casi, però, la scelta che emerge è autentica. Non dettata dalla paura, ma da una lettura più lucida di cosa si vuole davvero.
Cosa fare concretamente
Se ti riconosci in questa dinamica, il primo passo non è prendere una decisione sulla relazione che non funziona. È fare una domanda diversa: da cosa sono tenuto/a in questa storia?
Prova a distinguere, il più onestamente possibile, tra due tipi di legame:
- quello che ti tiene per quello che la relazione ti dà (presenza, complicità, valori condivisi, un progetto comune)
- quello che ti tiene per quello che hai paura di perdere (la solitudine, il giudizio degli altri, la sessualità, l’idea di ricominciare, la paura di non trovare altro)
Non è un esercizio per arrivare a una conclusione. È un esercizio per capire da dove stai ragionando. Finché i due livelli restano confusi, qualsiasi decisione prenderai ti sembrerà sbagliata. E quella sensazione non è un segnale che stai sbagliando: è solo il rumore di una ferita che ancora fa male.
Se riconosci in te questo schema con una certa chiarezza, un percorso di psicoterapia, in particolare con approccio breve strategico, può aiutarti a lavorare su questi meccanismi in modo diretto e in tempi più contenuti rispetto a un percorso tradizionale.
Domande frequenti
Perché è così difficile lasciarsi anche quando si sa che la relazione non funziona? Perché spesso non è l’amore romantico a tenere legati, ma l’attaccamento. Un meccanismo emotivo più antico che si attiva soprattutto in presenza di instabilità e che ha radici nelle esperienze precoci di cura e abbandono.
Cos’è la ferita dell’abbandono e come influenza le relazioni adulte? È uno schema emotivo che si forma nell’infanzia in risposta a figure di riferimento imprevedibili o assenti. Nell’adulto si traduce in una sensibilità elevata alla possibilità di perdere il partner, che porta a tollerare situazioni disfunzionali pur di evitare la separazione.
Come faccio a capire se sto restando per amore o per paura? Una domanda utile è: “Se avessi la certezza di non restare solo/a, rimarrei comunque in questa relazione?” Se la risposta è no, stai probabilmente gestendo una dipendenza affettiva più che una scelta d’amore.
Quanto tempo ci vuole per uscire da una dipendenza affettiva? Dipende dalla profondità delle ferite e dal tipo di percorso. La psicoterapia breve strategica lavora in modo mirato su questi meccanismi e in molti casi produce cambiamenti significativi in pochi mesi.
Si può lavorare su questo anche senza lasciare la relazione? Sì. Il lavoro sulla ferita dell’abbandono non presuppone la separazione. Spesso, quando la dipendenza si allenta, la coppia riesce a costruire qualcosa di più vero, o a prendere una decisione più lucida.
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