
Aspettative nella coppia
19 Giugno 2026Chi vive di dipendenze comportamentali, quasi sempre sa che stanno diventando un problema. Sa che gioca troppo, beve troppo, si attacca troppo al telefono, al cibo, al sesso, alle relazioni. Eppure continua. E questo “eppure” è il punto che vale la pena esplorare, perché dentro quel “eppure” si nasconde tutto.
Nella mia pratica clinica mi trovo spesso di fronte a persone che arrivano con una dipendenza dichiarata, dal gioco d’azzardo, dall’alcol, dal cibo, da relazioni che le distruggono, e che in genere aprono il colloquio con una versione di questa frase: *”Lo so che non va bene, ma non riesco a smettere”. Quella frase contiene un’informazione fondamentale, se sai dove guardare.
Le dipendenze comportamentali: di cosa stiamo parlando
Le dipendenze comportamentali sono compulsioni basate sul piacere, o su ciò che originariamente produceva piacere, sollievo, o un senso di controllo. A differenza delle dipendenze da sostanze, non richiedono una molecola esterna per creare il circolo. Il circolo lo crea il comportamento stesso: il gesto ripetuto, il rituale, la sequenza che la persona mette in atto quando qualcosa dentro di lei si fa troppo pesante da reggere.
Alcol, gioco d’azzardo, sesso compulsivo, cibo, shopping, relazioni caotiche: forme diverse dello stesso meccanismo. Ognuna di esse nasce come risposta a qualcosa. Come tentativo di risolvere qualcosa. Ed è qui che la storia si fa interessante.
Perché la “soluzione” diventa il problema
In Terapia Breve Strategica si usa l’espressione tentata soluzione per descrivere il comportamento che una persona mette in atto per gestire un problema, e che, reiterato nel tempo, finisce per diventare il problema stesso.
Chi ha paura della solitudine inizia a cercare compagnia in modo compulsivo, e quella ricerca compulsiva distrugge le relazioni che vorrebbe tenere. Chi non riesce a reggere un certo livello di ansia inizia a bere per smorzarla e l’alcol amplifica l’ansia del giorno dopo, creando il bisogno di bere ancora. Chi non tollera il senso di vuoto si attacca al cibo e il rapporto conflittuale con il corpo genera quel senso di vuoto da cui stava cercando di scappare.
Il meccanismo è sempre circolare: la tentata soluzione alimenta il problema, il problema chiede di mettere in atto sempre di più la tentata soluzione, e la persona si trova intrappolata in un loop che si autoalimenta. Con il tempo, la dipendenza, nata come risposta, diventa il centro della vita.
Cosa c’è davvero sotto: il vantaggio secondario
Qui arriviamo al punto che cambia la prospettiva su tutto.
Ogni dipendenza comportamentale nasconde un vantaggio secondario. Non è una critica, non è un giudizio: è una descrizione di come funziona la mente umana quando fatica a trovare altri strumenti per gestire qualcosa di difficile.
Il vantaggio secondario è il beneficio, spesso inconscio, che la persona ottiene dalla dipendenza. Non il piacere immediato, ma qualcosa di più sottile: la dipendenza evita un confronto, allontana una decisione, protegge da un dolore che sembra insostenibile. Finché la dipendenza c’è, quella cosa più grande rimane sullo sfondo, in attesa.
Una domanda che uso spesso nei colloqui è questa: “Se da domani questa dipendenza non esistesse più, se scomparisse del tutto, quale sarebbe il problema più grande che dovresti affrontare?”
Le risposte sono sempre dei rivelatori. Qualcuno risponde: la morte di mio padre, che non ho mai elaborato davvero. Qualcun altro: i debiti, che ho smesso di guardare. Qualcun altro ancora: la paura di restare solo per sempre. O lo stress di un lavoro che mi sta consumando. O un matrimonio che non funziona più da anni e che non so come affrontare.
La dipendenza, in tutti questi casi, non è il problema principale. È la risposta al problema principale. È lo schermo che impedisce di vedere, e di dover affrontare, quello che c’è dietro.
Perché questo cambia il modo di lavorare sulla dipendenza
Capire il vantaggio secondario non significa giustificare la dipendenza. Significa capire ciò che sta sotto e che mantiene il nuovo problema.
Se provi a togliere lo schermo senza affrontare ciò che nasconde, il problema più grande torna in primo piano con tutta la sua forza. E la persona, senza strumenti per gestirlo, torna rapidamente al comportamento che le dava sollievo. Non per debolezza: per mancanza di alternative concrete.
Per questo, nell’approccio della Terapia Breve Strategica, lavorare sulle dipendenze comportamentali significa lavorare su due livelli insieme: interrompere il ciclo della tentata soluzione e identificare, e affrontare il problema che stava sotto.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i disturbi da comportamento additivo rappresentano una delle aree di salute mentale in più rapida crescita negli ultimi vent’anni, con un incremento significativo delle dipendenze non legate a sostanze. Il trattamento più efficace, secondo la ricerca clinica, non è quello che si concentra solo sul sintomo, ma quello che lavora sul contesto in cui il sintomo è nato.
Cosa puoi fare concretamente
Se ti riconosci in quello che hai letto, o se riconosci qualcuno a te vicino, c’è un primo passo che puoi fare da solo, già oggi.
Fatti la domanda. Quella stessa domanda che uso in studio: Se questa dipendenza scomparisse domani, quale sarebbe il problema più grande che mi troverei ad affrontare?
Non devi rispondere subito. Non devi neanche rispondere ad alta voce. Ma siediti con quella domanda per qualche minuto, senza scappare. La risposta che senti, quella che forse preferiresti non sentire, è probabilmente il posto da cui cominciare davvero.
Se senti che hai bisogno di supporto per farlo, un percorso di psicoterapia breve strategica può aiutarti a lavorare su entrambi i livelli: interrompere il comportamento compulsivo *e* affrontare ciò che lo alimenta, con strumenti concreti e in tempi ragionevoli.
Domande frequenti sulle dipendenze comportamentali
Cosa si intende per dipendenza comportamentale?
Una dipendenza comportamentale è una compulsione ripetuta verso un comportamento — gioco, sesso, cibo, relazioni, shopping — che produce piacere o sollievo nel breve termine ma causa danni nel lungo periodo. A differenza delle dipendenze da sostanze, il meccanismo di rinforzo è interno al comportamento stesso.
Cos’è il vantaggio secondario in una dipendenza?
Il vantaggio secondario è il beneficio nascosto che una persona ottiene dalla propria dipendenza: evitare un confronto difficile, tenere lontano un dolore, non prendere una decisione. È spesso inconscio, ma è uno dei motivi principali per cui smettere è così difficile senza un lavoro su quello che sta sotto.
Cosa si intende per “tentata soluzione” in psicologia?
Il concetto di tentata soluzione, centrale nella Terapia Breve Strategica di Nardone, descrive il comportamento messo in atto per gestire un problema che finisce per alimentarlo. La dipendenza nasce spesso come tentata soluzione a un disagio, e nel tempo diventa il problema principale.
Come si esce da una dipendenza comportamentale?
Uscire da una dipendenza comportamentale richiede di lavorare su due livelli: interrompere il ciclo del comportamento compulsivo *e* identificare e affrontare il problema sottostante. Un percorso di psicoterapia — in particolare l’approccio breve strategico — lavora su entrambi in modo simultaneo e con strumenti concreti.
Quando è il momento di chiedere aiuto?
Quando il comportamento interferisce con la vita quotidiana, le relazioni, il lavoro, o quando hai provato a smettere più volte senza riuscirci. Non è necessario “toccare il fondo” per chiedere supporto: prima si interviene, più è facile interrompere il ciclo.
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