
Famiglia borghese ansiosa: quando l’amore diventa controllo
8 Maggio 2026C’è qualcosa di paradossale e, a dirla tutta, quasi commovente, nel modo in cui alcune persone riescono a vanificare, con una precisione che sfida la casualità, tutto ciò che costruiscono con fatica. Non per mancanza di talento. Non per sfortuna. Ma perché, nel momento esatto in cui il successo diventa possibile, qualcosa si mette di traverso. E quel qualcosa porta il loro stesso nome.
L’autosabotaggio è uno dei meccanismi psicologici più diffusi e meno riconosciuti. Chi lo vive dall’interno spesso lo attribuisce a pigrizia, paura, carattere difficile — come se si trattasse di un difetto di fabbrica piuttosto che di un sistema di protezione andato storto. Ma la distinzione è fondamentale, perché cambia completamente il modo in cui si può affrontarlo.
Cos’è l’autosabotaggio
L’autosabotaggio è il processo — spesso inconscio — attraverso cui una persona ostacola il raggiungimento dei propri obiettivi. Si manifesta con comportamenti, pensieri o emozioni che entrano in contraddizione diretta con ciò che la persona dichiara di volere: il professionista capace che non rispetta le scadenze, la persona innamorata che trova sempre il modo di rovinare la relazione nel momento più bello, lo studente brillante che si blocca davanti agli esami che contano di più.
La logica superficiale dice: “Non lo vuole abbastanza.” La logica clinica dice qualcosa di diverso: lo vuole talmente tanto che fa paura.
Il paradosso dell’autosabotaggio è tutto qui. Non è assenza di desiderio, è eccesso di posta in gioco. Quando qualcosa conta troppo, il rischio di fallire e di perdere anche l’ultima speranza diventa insopportabile. Meglio boicottare da soli, in modo da conservare almeno l’illusione di poter farcela “quando si vuole davvero”. È una logica irrazionale ma internamente coerente, e la coerenza interna è esattamente ciò che la rende così difficile da smontare con argomenti razionali.
Le tentate soluzioni che alimentano il problema
Prima di parlare di strategie efficaci, vale la pena guardare da vicino quelle che non funzionano perché sono spesso queste, non il problema in sé, a mantenere il circolo vizioso in vita.
La prima tentata soluzione è la promessa. “Da lunedì cambierà tutto.” “La prossima volta sarò diverso.” “Basta volerlo davvero.” La promessa funziona come un oppiaceo: allevia temporaneamente il disagio senza toccare il meccanismo che lo produce. E ogni promessa mancata aggiunge un mattone al muro della convinzione di non valere abbastanza.
La seconda è l’autocritica feroce. Il ragionamento implicito è che una punizione sufficientemente severa produca disciplina. In realtà produce l’esatto contrario: la critica interna, quando diventa un monologo accusatorio cronico, non motiva, ma paralizza. La mente sotto attacco non progetta, non crea, non rischia. Si difende. E più si difende, più si ritira.
La terza tentata soluzione è la comprensione intellettuale. Capire da dove viene il sabotatore, ricostruire l’origine nell’infanzia, analizzare il meccanismo è un’operazione utile, ma spesso non è sufficiente. Si può avere la mappa più precisa del labirinto e non riuscire lo stesso a trovare l’uscita. La comprensione illumina; il cambiamento richiede qualcosa di più.
La struttura del circolo vizioso
Il meccanismo dell’autosabotaggio segue una sequenza riconoscibile. Ci si avvicina a un obiettivo, l’ansia cresce, si mette in atto un comportamento sabotante — la procrastinazione, il conflitto inutile, l’errore “casuale” —, si fallisce, e si avverte quasi impercettibilmente una sensazione di sollievo. Il pericolo è scampato. Poi arrivano l’autopunizione, la promessa di fare meglio, e il ciclo ricomincia.
La sensazione di sollievo è il punto cruciale, e quasi nessuno la riconosce. Non è visibile, spesso è inconsapevole. Ma è il segnale che il sabotatore interno non è un nemico: è una protezione. Nasce in un momento della vita in cui certe situazioni, il successo, la visibilità, l’eccellenza, erano associate a pericolo: aspettative impossibili da soddisfare, giudizi impietosi, la sensazione che più si arriva in alto, più si ha da perdere cadendo.
“Se mi fermo un passo prima del traguardo, non posso fallire sul traguardo.” È la grammatica segreta dell’autosabotaggio.
Il caso di Marco
Marco arriva in studio dopo aver perso il terzo lavoro in due anni. Ogni volta, racconta, le cose andavano bene — fin troppo bene — e poi qualcosa si rompeva. Un ritardo inspiegabile, una risposta aggressiva nel momento sbagliato, un progetto consegnato tardi senza una ragione plausibile.
“Mi saboto da solo, lo so,” mi dice alla prima seduta. “Non capisco perché.”
Gli chiedo cosa accade, esattamente, nel momento prima che tutto si rompa.
“Mi sento in trappola,” risponde dopo una pausa. “Come se non potessi più sbagliare. Come se dovessi essere sempre all’altezza di qualcosa che non ho scelto io.”
Lì c’era già tutto. Il problema di Marco non era la competenza, era il peso insostenibile di un’identità costruita sull’eccellenza che aveva imparato a portare da fuori, non da dentro. Il sabotatore non lo boicottava: lo proteggeva da un’aspettativa che non era mai stata davvero sua. Smontare l’autosabotaggio, in quel caso, ha significato prima di tutto chiedersi: di chi è questo obiettivo?
Come uscire dall’autosabotaggio: tre strategie efficaci
- Riconoscere il sabotatore senza combatterlo
Il primo errore che si fa con il sabotatore interno è ingaggiarlo in una battaglia. Combatterlo direttamente, “devo smettere di procrastinare”, “devo essere più disciplinato”, rafforza il meccanismo invece di dissolverlo. Il sabotatore si nutre di conflitto.
La mossa efficace è il riconoscimento: fermarsi nel momento in cui il comportamento autosabotante sta per scattare e chiedersi, con curiosità invece che con giudizio, “Cosa sto proteggendo in questo momento?” Non è una domanda retorica. È un’operazione clinica che sposta l’attenzione dal sintomo alla funzione che il sintomo svolge. Il sabotatore perde forza quando viene visto, non quando viene attaccato. È come portare una torcia in una stanza buia: il mostro si rimpicciolisce.
- La tecnica del peggioramento deliberato
Questa strategia, apparentemente paradossale, produce risultati sorprendenti nella pratica clinica. Consiste nel chiedersi deliberatamente: “Se volessi rendere questo problema ancora peggiore, cosa dovrei fare esattamente?” La risposta, quasi invariabilmente, descrive ciò che si sta già facendo.
L’effetto è duplice. Da un lato produce consapevolezza senza attivare le resistenze che una domanda diretta genera inevitabilmente. Dall’altro crea distanza dall’automatismo: vedersi dall’esterno, anche solo per un momento, è già una forma di libertà. Chi riesce a descrivere il proprio autosabotaggio come una sequenza di azioni deliberate, anche solo ipoteticamente, ha già smesso di subirlo passivamente.
- Il cambiamento minimo e concreto
L’autosabotaggio prospera nella vaghezza dei grandi obiettivi, “voglio cambiare vita”, “voglio diventare la versione migliore di me”. Si indebolisce davanti a un’azione piccola, specifica, realizzabile oggi. Non per una questione di gradualismo ottimistico, ma perché ogni azione concreta portata a termine rimodella la percezione di sé come qualcuno capace di agire.
Il meccanismo funziona per accumulo. Ogni piccola prova contraria alla narrativa del sabotatore (“non ce la faccio mai”) è un dato che erode lentamente quella certezza. Non si tratta di convincersi con le parole, ma di costruire evidenze con i fatti. Il sabotatore è un narratore potente; l’unica risposta che lo mette in crisi è una storia diversa, scritta con azioni reali.
Domande frequenti sull’autosabotaggio
L’autosabotaggio è sempre inconscio? Non necessariamente. In alcuni casi la persona è pienamente consapevole di star boicottando se stessa ma non riesce a fermarsi. La consapevolezza, da sola, non è sufficiente a interrompere il comportamento — serve una leva diversa.
Quanto tempo ci vuole per superare l’autosabotaggio? Non esiste una risposta univoca. Dipende dalla profondità del meccanismo, dalla sua origine e dalle strategie adottate. In molti casi, anche un breve percorso terapeutico orientato al cambiamento produce risultati significativi in tempi contenuti.
L’autosabotaggio è un disturbo psicologico? No. È un meccanismo psicologico che può accompagnare diversi disturbi o presentarsi in modo autonomo, senza che ci sia una diagnosi specifica. Non è una patologia — è una soluzione disfunzionale a un problema reale.
Una parola finale
Watzlawick scriveva che siamo noi i creatori non solo della nostra infelicità, ma nella stessa misura della nostra felicità. Il sabotatore interno è la prova più nitida di questa verità: la stessa mente che costruisce il labirinto conosce già l’uscita.
Smettere di autosabotarsi non è un atto di forza di volontà — è un atto di onestà. Con se stessi, prima che con chiunque altro. E l’onestà, a differenza della volontà, non si esaurisce.
Note bibliografiche
- Algeri, D. (2024). Non ce la farò mai! Come risolvere rapidamente problemi di autosabotaggio. Self-published.
- Nardone, G. (2013). Psicotrappole. Ponte alle Grazie.
- Nardone, G. (2011). Cogito ergo soffro. Ponte alle Grazie.
- Watzlawick, P. (1983). Istruzioni per rendersi infelici. Feltrinelli.
- Watzlawick, P. (1987). Di bene in peggio. Feltrinelli.
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