
Gestione della comunicazione nella separazione: l’arte del silenzio
3 Gennaio 2026Esiste una stanchezza particolare, diversa da quella fisica che segue un allenamento o una giornata di lavoro intenso. È una spossatezza dell’anima, un senso di svuotamento che colpisce chi passa le proprie giornate a sintonizzarsi sulle frequenze emotive degli altri, ignorando sistematicamente le proprie. Se vi è capitato di dire “sì” a una richiesta quando ogni fibra del vostro corpo urlava “no”, o di passare ore a rimuginare su come formulare una frase per timore di offendere qualcuno, probabilmente conoscete bene il territorio del people pleasing.
Spesso etichettiamo erroneamente questo comportamento come altruismo, generosità o semplice buona educazione. Ci piace pensare di essere persone accomodanti, collanti sociali indispensabili per l’armonia del gruppo o della famiglia. La realtà psicologica, tuttavia, è ben più complessa e meno romantica. Il people pleasing è un meccanismo di adattamento sofisticato, una strategia di sopravvivenza emotiva all’ansia relazionale e ai pensieri ossessivi che, se protratta nel tempo, erode l’identità e porta a conseguenze severe come l’ansia cronica e il burnout emotivo.
Nella pratica clinica come psicologo e psicoterapeuta a Milano e online, il people pleasing emerge spesso come schema centrale nei percorsi di psicoterapia breve strategica su ansia relazionale e burnout emotivo.
People Pleasing oltre la gentilezza: capire la risposta “Fawn”
Per comprendere a fondo il people pleasing dobbiamo guardare alle nostre reazioni istintive di fronte al pericolo. La psicologia classica ci ha insegnato le risposte di attacco (fight) o fuga (flight). Esiste però una terza via, spesso trascurata ma fondamentale nelle dinamiche relazionali: il fawning, ovvero l’adulazione o il compiacimento.
Quando il nostro sistema nervoso percepisce una minaccia – che nelle relazioni moderne non è un predatore, ma il rischio del rifiuto, del conflitto o della disapprovazione – alcune persone reagiscono cercando di diventare immediatamente gradevoli, utili e innocue. Il people pleaser disinnesca la potenziale aggressività dell’altro annullando i propri bisogni e fondendosi completamente con le aspettative altrui. Non è una scelta consapevole e calcolata, bensì un riflesso condizionato volto a garantire la sicurezza percepita. Capire questo passaggio è fondamentale per smettere di colpevolizzarsi: non siete deboli, state semplicemente attuando una strategia difensiva che probabilmente, in un certo momento della vostra storia, è stata necessaria.
Le radici profonde del people pleasing
Nessuno nasce people pleaser. Questo comportamento si apprende, solitamente in età precoce, come risposta a un ambiente che condizionava l’amore e l’accettazione al “buon comportamento”. Molti adulti che oggi faticano a tracciare confini sono stati bambini lodati eccessivamente per la loro docilità, per la capacità di non disturbare, di essere “maturi per la loro età” e di intuire i bisogni dei genitori prima ancora che venissero espressi.
Si crea così un’equazione interna solida: per essere amato/a devo essere utile e privo/a di spigoli. Il bambino impara a monitorare costantemente l’umore delle figure di riferimento, sviluppando un’empatia ipertrofica che non serve a connettersi, ma a prevenire problemi. Crescendo, questo radar rimane sempre acceso. Entrando in una stanza, il people pleaser scansiona l’ambiente alla ricerca dei segnali di tensione e si attiva immediatamente per risolverli, facendosi carico di responsabilità emotive che non gli competono. La convinzione sottostante è che il proprio valore intrinseco sia nullo e che l’unico modo per “guadagnarsi” un posto nel mondo sia attraverso il servizio continuo agli altri.
Il costo occulto dell’iper-disponibilità nel people pleasing
Vivere costantemente proiettati verso l’esterno ha un prezzo altissimo. Il primo sintomo è la perdita di contatto con la propria identità. A forza di indossare la maschera che gli altri si aspettano, si finisce per dimenticare quale sia il proprio vero volto e sviluppare dinamiche di dipendenza affettiva. Chi soffre di people pleasing cronico spesso fatica a rispondere a domande semplici su cosa desidera davvero, quali sono i suoi gusti o le sue opinioni reali, perché ha passato anni a modellare le risposte in base all’interlocutore del momento.
C’è poi l’aspetto del risentimento, un sentimento che il people pleaser cerca di reprimere perché in contrasto con l’immagine di “persona buona”. Eppure, il risentimento cova sotto la cenere. Ogni volta che diciamo sì volendo dire no, stiamo firmando una cambiale emotiva che speriamo l’altro ripaghi con gratitudine o amore. Quando questo non accade – e spesso non accade, perché gli altri si abituano rapidamente alla nostra disponibilità dandola per scontata – emerge una rabbia sorda, passiva. Ci sentiamo sfruttati, non visti, dimenticando che siamo stati noi a insegnare agli altri come trattarci, abituandoli alla nostra assenza di confini.
Nel contesto professionale, questa dinamica risulta molto “tossica”. Il dipendente che non sa dire di no diventa il collettore di tutto il lavoro “invisibile” e urgente, finendo in burnout mentre i colleghi più assertivi avanzano di carriera o preservano il loro tempo libero. La leadership stessa ne risente: un leader che vuole compiacere tutti non prenderà mai le decisioni difficili necessarie per la crescita del team o dell’azienda, creando un ambiente stagnante e confuso.
Riconoscere i segnali quotidiani del compiamento
Identificare il people pleasing nella vita di tutti i giorni richiede un’onesta auto-osservazione. Si manifesta in piccoli gesti automatici, come scusarsi eccessivamente anche per cose di cui non si ha colpa (ad esempio, se qualcuno ci urta per strada). Si nota nella difficoltà fisica, quasi un nodo alla gola, nel pronunciare un rifiuto, che porta a inventare scuse elaborate e bugie bianche pur di non dire un semplice “non ho voglia”.
Un altro segnale inequivocabile è l’effetto camaleonte: la tendenza a modificare il proprio tono di voce, il linguaggio e persino le opinioni politiche o sociali a seconda di chi si ha davanti, per evitare qualsiasi frizione. C’è poi la costante ricerca di validazione esterna; il people pleaser affida il proprio termometro dell’umore alle reazioni altrui. Se l’altro è contento, io sono tranquillo. Se l’altro è freddo o distante, io vado in crisi e cerco freneticamente di “riparare”, anche se non ho rotto nulla.
Uscire dal people pleasing: costruire confini, non muri
Uscire dalla trappola del people pleasing è un processo di rieducazione emotiva che richiede pazienza e, soprattutto, coraggio. Il primo passo è accettare che i conflitti emotivi sono una parte naturale e sana delle relazioni umane, non un segnale di fallimento o di pericolo imminente.
Il concetto chiave in questo percorso è quello della difficoltà nel porre confini. Immaginate i confini non come muri di cemento che vi isolano, ma come cancelli che decidete voi quando aprire e chiudere. Tracciare un confine significa comunicare agli altri cosa è accettabile per noi e cosa non lo è. All’inizio, questo causerà un profondo disagio. Dire “no” vi farà sentire “cattivi” o egoisti. È fondamentale, in questa fase, tollerare quel senso di colpa senza agire per alleviarlo. Il senso di colpa, in questo contesto, è solo il sintomo che state rompendo un vecchio schema, non la prova che state facendo qualcosa di sbagliato.
Iniziare con piccoli “no” in situazioni a basso rischio può aiutare ad allenare questo muscolo atrofizzato. Potete rifiutare un invito a un evento a cui non vi interessa andare, o dire al collega che non potete occuparvi di quella pratica subito. Noterete con sorpresa che il mondo non crolla e che le persone, il più delle volte, accettano il rifiuto con molta più naturalezza di quanto le vostre paure catastrofiche vi avessero fatto immaginare.
Autenticità vs. simpatia: smettere di compiacere per esistere
Il recupero dell’autenticità passa anche attraverso la ridefinizione delle proprie relazioni. Quando iniziate a smettere di compiacere, potreste notare che alcune persone si allontanano. Solitamente, sono coloro che beneficiavano della vostra assenza di confini. È una selezione naturale dolorosa ma necessaria. Al contrario, le relazioni sane e mature si rafforzeranno, perché basate finalmente su uno scambio paritario e reale, non sulla recita di un ruolo.
Dobbiamo abbandonare l’illusione di poter controllare l’immagine che gli altri hanno di noi attraverso la compiacenza. Non possiamo piacere a tutti, ed è liberatorio accettarlo. La vera autostima non nasce dall’applauso altrui, ma dalla coerenza interna, dal sapere che le nostre azioni sono allineate ai nostri valori e ai nostri bisogni, non dettate dalla paura.
Essere “buoni” è una virtù meravigliosa quando è una scelta libera e consapevole, fatta da una posizione di pienezza. Ma quando è una coercizione interna dettata dalla paura dell’abbandono, smette di essere bontà e diventa schiavitù. Riconquistare la propria voce, imparare a deludere le aspettative altrui per non tradire le proprie, è l’atto di amore più grande che possiamo compiere verso noi stessi. E paradossalmente, è solo quando smettiamo di cercare disperatamente di essere “bravi” che possiamo iniziare a essere veramente utili agli altri, offrendo loro non una versione sbiadita e accondiscendente di noi, ma la nostra persona intera, complessa e reale.
Quando il people pleasing diventa una modalità di sopravvivenza che consuma identità ed energia, un percorso di psicoterapia breve strategica mirato può aiutare a recuperare confini, autonomia emotiva e relazioni più equilibrate.
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