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Il social design: uno sguardo alla Progettazione Sociale

social-designA pochi anni di distanza dalla nascita della Psicologia Ambientale, un nuovo modo di progettare prende terreno spostando il fulcro dell’attività dalla esclusività del progettista a una dialettica tra lo stesso e i destinatari.

Questo nuovo sistema di progettazione nasce verso la fine degli anni’80 e prende il nome di “progettazione sociale” (social design). L’obiettivo è quello di creare un metodo più inclusivo e maggiormente centrato sui bisogni dell’utente finale in modo da creare spazi che siano affini con le esigenze e richieste di quest’ultimo.

La progettazione sociale fonda la sua esistenza sul fatto che spesso la progettazione di un edificio assume un significato differente per l’architetto e per il “non-architetto”; i criteri di valutazione e le aspettative delle due parti possono essere molto diverse tra loro essendo centrate, per alcuni architetti, esclusivamente sulle qualità estetiche o tecnologiche dell’edificio a scapito, purtroppo, della vivibilità degli spazi.

La storia riposta che già nel XXVIII secolo l’esigenza di questa forma di progettazione iniziava a farsi strada; è questo il caso, ad esempio, della Narrenturm dell’Università di Vienna. L’ edificio fu costruito nel 1784 su richiesta dell’imperatore Giuseppe II e destinato a divenire il primo ospedale psichiatrico inteso come luogo di segregazione e cura per pazienti psichiatrici. Tuttavia la sua forma circolare e la disposizione delle camere lungo la circonferenza non fece altro che amplificare le urla dei degenti provocando un aumento delle crisi, dei sintomi e di conseguente stress per il personale. La progettazione architettonica dell’ospedale creò così una situazione ambientale insostenibile e ad oggi l’edificio è destinato al museo di anatomia patologica (Costa M. 2010).

Vantaggi e svantaggi della progettazione sociale

Sommer (1983) definisce la progettazione sociale come un nuovo modo per:

  • lavorare con la gente piuttosto che per la gente;
  • coinvolgere le persone nella pianificazione e nell’organizzazione degli spazi che le circondano;
  • educarle a usare l’ambiente saggiamente e in maniera creativa, per raggiungere un equilibrio armonico tra ambiente sociale, fisico e naturale.

Questo nuovo modo di progettare porta con sè numerosi vantaggi sia per il progettista che per l’utente. In che modo? Prima di tutto vi è una maggiore possibilità per gli utenti di vivere, lavorare o rilassarsi in un ambiente che risponda meglio alle loro abitudini comportamentali, che sia congruo con i loro modelli sociali e culturali e che rispecchi i loro criteri estetici. Di conseguenza, questo, può contribuire a ridurre la percezione di stress, rendere l’ambiente più abitabile e incrementare la soddisfazione ambientale. D’altro canto anche per i progettisti i vantaggi sono numerosi: in primo luogo i risultati ottenuti attraverso la ricerca sociale possono essere utilizzati come linee-guida per progetti futuri al fine di migliorare sempre più la loro realizzazione. In secondo luogo, è possibile intensificare la comunicazione tra progettista e altri attori coinvolti e in ultimo viene offerto al progettista l’utilizzo di una prospettiva esterna al progetto, facilitando così la visione oggettiva del progetto in sè.

Dove e quando per  la progettazione partecipata?

La progettazione partecipata è un metodo che ben si inserisce nello scenario di intervento sul suolo pubblico. Un buon esempio è quello del quartiere Coriandoline di Correggio, in provincia di Reggio Emilia, il cui progetto di costruzione è stato realizzato interamente con l’aiuto dei bambini.

L’idea nasce nel 1995 dall’incontro fra Laura Malavasi, l’allora pedagogista del Comune di Correggio, e la cooperativa di abitanti Andria. L’idea di partenza è stata la convinzione che un quartiere o una casa a misura di bambino sia capace di rispondere meglio alle necessità e ai bisogni di tutto il nucleo famigliare.

Le linee guida della progettazione hanno seguito fedelmente le indicazioni e i desideri di 700 bambini che, pur senza rispondere a nessun parametro progettuale, sembrano suggerire soluzioni abitative semplici ed immediate. Ed è così che sono nati lampioni a forma di uccelli, case con lo scivolo e ovunque grandi vetrate per permettere ai più piccoli di “vedere” il mondo fuori.

Tuttavia l’applicazione della ricerca sociale alla realizzazione degli edifici, non sempre è così facile: gli individui coinvolti in prima persona (architetti e committenti) spesso non sono a conoscenza dei vantaggi che essa può apportare o la considerano qualcosa di superfluo e dispendioso, di cui poter fare a meno. D’altra parte anche gli utenti possono porre delle resistenze alla novità di un nuovo modo di progettare ed essere quindi poco disposti a impegnarsi nel dialogo.

Inoltre troppo spesso gli investimenti edilizi sono vincolati da interessi economici e speculativi, riluttanti ai bisogni dei loro stessi compratori e violentatori del benessere ambientale e dell’estetica del paesaggio.

Concludo questo articolo con il “Manifesto delle esigenze abitative dei bambini”, il documento in cui sono state redatte le linee guida per progettazione del quartiere.

Una casa trasparente, per poter guardare all’esterno, dura fuori, cioè sicura, tranquilla, senza auto, giocosa, per giocare liberamente, morbida dentro, ovvero accogliente, decorata, dove mettere tutte le cose più belle, grande, da poter accogliere tutti gli amici, bambina, a misura di bimbo, e naturalmente magica, per stupire.

Il social design: uno sguardo alla Progettazione Sociale
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