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Ottimismo o pessimismo: tu cosa hai scelto per la tua vita?

ottimismo o pessimismo

Uomo che mette la maschera dell'ottimismo

Tempo di lettura: 3 minuti
ottimismo o pessimismo

Uomo che mette la maschera dell’ottimismo

In questo articolo glorificheremo il pessimismo e l’accettazione sana della realtà.

Oh Baltimore, ain’t it hard just to live… (“Oh Baltimore, non è difficile la vita?”) è il leitmotiv della canzone “Baltimore” di Nina Simone (la cover dell’originale di Randy Newman). Questa frase – l’espressione del fatto che la vita in sé, in quanto la lotta per la sopravvivenza, è dura e non sono solo rose e fiori – ha avuto su di me in questi giorni un effetto liberatorio. Ain’t it hard just to live è una frase che, nonostante sia “politically incorrect” in una società che celebra il culto dell’ottimismo e stravende i libri self-help per una vita più positiva, da voce alla verità nascosta sotto il tappetto: la cosa più difficile al mondo è vivere.

Evviva l’ottimismo: siamo tutti sulla stessa barca

È proprio difficile vivere sapendo che un giorno non ci saranno più le persone che amiamo, che un giorno noi stessi moriremo e che tutto quello su cui abbiamo investito fino a quel momento sarà vanificato. È proprio difficile (per alcuni più difficile che per gli altri) vivere con l’ottimismo quando attorno a noi vediamo la miseria, le cose che non cambiano nonostante i nostri sforzi, le persone care a noi che si ammalano. Nonostante tutto noi esseri umani, in maniera strabiliante e irrazionale allo stesso tempo, continuiamo ad alzarci ogni mattina con i nuovi propositi, facciamo bambini, cerchiamo di essere più positivi e così via. Complimenti a noi in quanto unici animali che sanno a cosa vanno incontro e continuano ad andare avanti lo stesso.

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Il finto ottimista, ovvero il rifiuto del pessimismo

La nostra società non ama il pessimista malinconico. Di conseguenza tanti pessimisti (per natura o per “formazione”) si sono costruiti una maschera. Siamo una serie di maschere che camminano per strada. Soprattutto nei luoghi di lavoro dove ci chiedono di non togliere mai quella del sorriso da pubblicità. Il risultato è che non siamo più in contatto con le nostre emozioni “negative”, e dunque (paradossalmente) soffriamo. Non è un caso che gli studi di psicoterapia sono diventati i nostri luoghi preferiti dove finalmente poter essere completi nella nostra totalità umana e non giudicati per quell’esperienza. Sono i posti dove cerchiamo di capire insieme al nostro alleato terapeuta che siamo noi per primi che dobbiamo accettarci e a non giudicarci.

Accettare le difficoltà rende liberi

Tornando al discorso della difficoltà della vita, se accettiamo il fatto che la vita è intrinsecamente difficile con le sfide che in continuazione ci pone davanti, forse ci verrà più facile accettare anche le nostre emozioni negative che ne derivano (la tristezza acuta, il vuoto interiore, la paura, il senso dell’impotenza, la rabbia, l’odio nei confronti di se stessi e degli altri, ecc.). Piuttosto che combatterle e/o negarle, fare un’inversione di tendenza e cercare di conviverci. In fondo, fanno parte di noi e del nostro bagaglio filogenetico.

Il contributo della psicologia positiva nell’ottimismo

Perché è così controintuitiva quest’idea? Perché siamo condizionati dalla saggezza della cultura popolare che stigmatizza i pensieri e le emozioni negative. La visione generale è la seguente: se cambiamo i nostri pensieri negativi in quelli positivi anche i nostri problemi non saranno più tali. Per rafforzare questo messaggio si sono aggiunti una serie di risultati nati all’interno della psicologia positiva (il filone della psicologia che studia come fare per diventare più felici e contenti della nostra vita) che supportano la tesi che l’ottimismo e la positività fanno bene alla salute e ci fanno vivere più a lungo mentre il pessimismo e la negatività hanno un effetto contrario.

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Non essendo tutti noi uguali, il risultato è che tante persone finiscono per sentirsi di male in peggio perché – nonostante tutti gli sforzi e i libri self-help letti e messi in pratica – non sono riusciti a convertirsi all’ottimismo. Detto in altri termini, le loro difficoltà e i tormenti di partenza continuano a persistere di fianco ad un nuovo senso di colpa nato dall’incapacità di cambiare l’atteggiamento “sbagliato” (Held, 2001, 2002).

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Danka Dutina

Danka Dutina

Studente di Psicologia
Appassionata di psicologia, musica e arte. Creativa, curiosa ed in continua evoluzione personale.
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