L'esperienza del dolore
Pubblico di seguito un articolo, tratto da libro Psicologia clinica del dolore, scritto dalla dott.ssa Annabell Sarpato, in cui si cerca di dare una definizione del dolore e dell'esperienza che ne risulta connessa.
Buona lettura
Il dolore è un’esperienza che accomuna tutti gli esseri umani, ma definirlo sinteticamente e in modo esauriente è un’impresa davvero molto complessa. Nel tempo, il dolore ha assunto un significato molto diverso a seconda delle epoche storiche, in quanto le influenze culturali e religiose giocano un ruolo centrale nella definizione dell’esperienza della sofferenza. Per molti secoli l’uomo ha pensato al dolore come a una punizione divina infertagli da Dio come modo per espiare i propri peccati, ma dalla fine del Medioevo la visione organicistica del dolore, in realtà già proposta da Aristotele, ha cominciato a prendere posizione. In particolare, è nel 1850, con la nascita della fisiologia sperimentale, che si iniziano a sviluppare le prime teorie sul dolore; in particolar modo si sviluppano due pensieri contrapposti: alcuni autori propendono per la teoria della specificità, che vede il dolore come una forma specifica di sensibilità, con un proprio apparato sensitivo indipendente dagli altri, mentre altri studiosi sostengono la teoria dell’intensità, per cui ogni stimolo sensoriale può causare dolore nel momento in cui raggiunge una certa intensità. È del 1965, invece, una delle teorie maggiormente accreditate circa il dolore: la teoria del Cancello proposta da Melzack e Wall, per cui, a livello delle corna dorsali del midollo spinale, esiste un cancello, cioè un meccanismo in grado di modulare (facilitare o inibire) la trasmissione delle informazioni dolorose dalla periferia al Sistema Nervoso Centrale; fattori come la memoria, l’attenzione e le emozioni possono aumentare o diminuire il passaggio dei segnali dolorosi, mediando la relazione tra danno fisco e dolore percepito.
Oltre all’influenza culturale, la stessa definizione di dolore risulta difficile perché esso è un concetto che comprende una realtà complessa e multidimensionale, costituito da diverse componenti, come quella affettiva, cognitiva e comportamentale. Dal punto di vista affettivo, emergono intense emozioni negative come ansia eccessiva, rabbia e paura, che giocano un ruolo importante nel compromettere la vita quotidiana e le relazioni interpersonali del soggetto. In tale ambito, un’attenzione particolare deve essere rivolta alla depressione che, per molti autori, è l’altra faccia del dolore cronico: a ben vedere, infatti, i disturbi del sonno, l’alterazione dell’appetito e il ritiro dalle relazioni sociale sono i sintomi caratteristici di entrambi i disturbi. Secondo l’approccio biologico, la relazione tra dolore cronico e la depressione può essere spiegato come l’espressione dello stesso substrato neurofisiologico; per il modello psicodinamico, invece, il dolore cronico può essere letto, al pari della depressione, come una difesa rispetto all’emergere di conflitti inconsci. La componente cognitiva implica la dimensione dell’attenzione che viene rivolta verso il dolore, l’interpretazione, cioè il significato che il soggetto vi attribuisce, il coping, cioè le modalità di fronteggiarlo, le credenze e il locus of control, vale a dire l’attribuzione di causalità che può essere interna o, al contrario, esterna. La componente comportamentale del dolore, infine, implica i modi di agire caratteristici della sintomatologia dolorosa, come le espressioni del volto sofferenti, i movimenti rallentati o zoppicanti, le richieste di aiuto, i pianti e le lamentele.
La difficoltà nel descrivere il dolore è dato anche dal fatto che il significato dell’esperienza dolorifica è costruita in maniera soggettiva dalla persona che ne soffre. Ne discende una difficoltà di valutazione, che può essere contenuta attraverso l’abilità del paziente di comunicare la propria sofferenza e, di contro, la capacità dell’operatore di riuscire a comprenderla. Di fronte a un paziente con dolore cronico, l’esperienza consiglia che, dopo un primo momento di colloquio atto a raccogliere le generalità del soggetto, segue un’anamnesi di tipo algologico, riferito alle caratteristiche del dolore, come l’esordio, lo sviluppo e gli eventuali trattamenti effettuati. È opportuno anche integrare il colloquio con un’anamnesi remota, con la descrizione di eventuali patologie pregresse o in corso, traumi ed interventi chirurgici, accompagnata dalla raccolta di informazioni circa le relazioni interpersonali del soggetto, sia di tipo familiare che extra-familiare.
Scritto da Annabell Sarpato
Bibliografia
- E. Molinari-G. Castelnuovo, Psicologia clinica del dolore, Springer, Milano, 2010
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