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Studente in difficoltà: cosa è meglio non dire

Tempo di lettura: 3 minuti

studente in difficoltàLo studente in difficoltà

La buona volontà non basta…

La centralità degli aspetti relazionali in contesto formativo appare evidente nell’esperienza di ognuno di noi: spesso l’approfondimento e la passione per particolari contenuti o materie è infatti derivata dalla stima, o meglio dall’affetto nei confronti di un insegnante percepito come adulto positivamente significativo.

La consapevolezza dell’importanza di questa variabile, e il tentativo di coltivare questo aspetto relazionale da parte degli educatori, non corrisponde tuttavia necessariamente ad una buona pratica. La buona volontà e le buone intenzioni non sono spesso sufficienti a raggiungere lo scopo di alimentare un contesto relazionale positivo in classe.

Prima di chiederti cosa fare, chiediti cosa non fare

A questo scopo Thomas Gordon ha proposto negli anni Ottanta alcune metodologie utili per migliorare la relazione e rendere la comunicazione efficace fra studente e insegnante, e definisce alcune strategie non opportune, inefficaci e da evitare nella comunicazione con bambini e ragazzi.

Nella pratica, dunque, ecco cosa non fare e non dire nel caso in cui uno studente si avvicini per manifestare una difficoltà, come può essere ad esempio, quella di essere inserito in un gruppo dal quale i compagni di classe lo hanno escluso.

Qui di seguito i 12 “ostacoli” alla comunicazione che trasmettono allo studente la non accettazione, il rifiuto o l’assenza di empatia:

  1. ordinare: “Non lamentarti” – questa strategia non accoglie le emozioni dello studente e dimostra disinteresse per i suoi bisogni;
  2. minacciare: “Se continui a creare problemi…” – questa strategia bloccherà lo studente, il quale si sentirà aggredito;
  3. moraleggiare: “Lo sai che è bene essere/fare…” – questo non offre al ragazzo strategie utili, ma indica forme comportamentali obbligatorie, che saranno percepite come poco sincere e poco aderenti alla realtà;
  4. consigliare: “Fai così: …” – questa strategia non prende in considerazione le necessità dello studente, offrendo una soluzione sbrigativa che non coglie gli aspetti emotivi del problema;
  5. convincere: “Te lo dico io cosa è successo: …” – questa strategia umilia lo studente, fornendo un punto di vista che sminuisce le sua abilità di risoluzione del problema e spesso minimizza il vissuto emotivo;
  6. giudicare: “Quando fai così sembri/sei …” – il giudizio, soprattutto nei bambini più piccoli, rappresenta un punto di vista che viene spesso assunto come attributo reale e totalizzante, ed è percepito come una verità legata al proprio modo di essere;
  7. approvare: “Sei così bravo/simpatico/… che sicuramente troverai la soluzione” – questa strategia fornisce apprezzamenti immeritati e spesso inopportuni, perché poco legati al problema e dunque letti dall’interlocutore come poco sinceri;
  8. umiliare: “Ma ti lamenti per questo?” – ridicolizzare il vissuto rappresenta una strategia estremamente disfunzionale, perché sminuisce il vissuto emotivo dello studente, facendolo sentire inadeguato;
  9. interpretare: “Fai/dici così perché …” – questa strategia è disfunzionale sia nel caso in cui si propone una corretta interpretazione, in quanto l’interlocutore la percepirà come una forma di intrusione nel suo mondo emotivo, sia nel caso in cui se ne propone una scorretta, perché lo studente si sentirà incompreso e frainteso;
  10. rassicurare: “Non è niente” – sminuire il vissuto emotivo dello studente non è mai una strategia efficace, perché ci fa percepire lontani dalla sua esperienza e incapaci di accogliere la sua richiesta di aiuto;
  11. interrogare: “Adesso raccontami esattamente com’è andata” – conoscere i dettagli di una situazione problematica non rappresenta quasi mai un’utile strategia in quanto assume spesso forma di interrogatorio, costringendo l’interlocutore ad un atteggiamento chiuso e difensivo;
  12. schivare: “Questo non è il momento per lamentarsi” – questa strategia trasmette all’interlocutore che il suo problema non è importante per noi; questo provoca un atteggiamento di chiusura e sfiducia nello studente.
Lettura di approfondimento:  La disprassia verbale evolutiva

Se questi, che Gordon definisce i 12 ostacoli alla comunicazione efficace, sono i punti di riferimento del “cosa non fare”, quale può essere dunque il modo opportuno per aiutare uno studente in difficoltà?

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Dr.ssa Sara Ruggeri

Dr.ssa Sara Ruggeri

Psicologa
Specialista in Disturbi Specifici di Apprendimento
Si occupa di bambini e ragazzi con DSA, difficoltà scolastiche, Disturbi dello Spettro Autistico, Disturbo da deficit di Attenzione e Iperattività e difficoltà emotive e relazionali.
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Dr.ssa Sara Ruggeri
Psicologa Specialista in Disturbi Specifici di Apprendimento Si occupa di bambini e ragazzi con DSA, difficoltà scolastiche, Disturbi dello Spettro Autistico, Disturbo da deficit di Attenzione e Iperattività e difficoltà emotive e relazionali.