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Abuso sui minori: perché è importante parlarne agli insegnati

abuso sui minori
Tempo di lettura: 3 minuti

abuso sui minoriAbuso sui minori

L’importante ruolo degli insegnanti

Gli insegnanti risultano essere un tassello importante nella comprensione dei segnali di maltrattamento e abuso sui minori, perché spesso è proprio nell’ambito scolastico che si possono notare importanti indicatori.

Gli insegnanti devono quindi essere in grado di discriminarli senza però improvvisarsi avvocati o psicologi, rischiando di inquinare i fatti. Sarà poi il lavoro in rete a sistemare i tasselli nel modo adeguato. Di fondamentale importanza sarà quindi l’attivarsi di risorse esterne alla scuola per le valutazioni oggettive dei casi di sospetto. Psicologi, assistenti sociali, pubblici ministeri e avvocati potranno attivarsi per completare l’intervento cominciato dalla scuola.

L’insegnante, in particolare quello della scuola dell’infanzia o elementare, rappresenta, accanto ai genitori, una delle figure adulte di riferimento più importanti per un bambino, che passa molte ore della giornata a scuola. Un insegnante conosce i propri alunni in modo profondo, e nota i cambiamenti di comportamento e umore che possono essere sintomo di disagio psicologico. Talvolta proprio questi cambiamenti costituiscono gli elementi che fanno sospettare la presenza di abuso e maltrattamento.

insegnante-scuolaLa testimonianza del minore

Il campo dell’abuso sui minori è estremamente delicato, non solo per le tematiche trattate, ma anche per gli errori di valutazione che si possono commettere. I bambini infatti tendono a raccontare quello che l’adulto vuole sentirsi dire, e i loro resoconti sono fin troppo facilmente modificabili. Per questo il rischio è quello della strumentalizzazione delle comunicazioni dei bambini, che possono servire ad accusare, ad esempio, l’uno o l’altro genitore nei casi di separazione.

Agli inizi del ‘900 il dott. Varendonck, medico legale, che nelle sue cause aveva spesso a che fare con bambini delle scuole elementari, aveva condotto un esperimento su bambini di seconda e terza elementare, chiedendo loro di che colore fosse la barba del loro maestro. In entrambi i casi, con una percentuale quasi pari al 100% i bambini risposero nera o marrone. Il problema era che i maestri dei bambini intervistati non portavano la barba. Questo portò Varendonck a sottolineare l’inattendibilità della testimonianza dei bambini nei tribunali, a causa della loro elevata “compliance” nei confronti dell’adulto. Fortunatamente molta strada è stata fatta nella ricerca sull’attendibilità della testimonianza dei bambini, in parte smentendo i risultati a cui era giunto Varendonck. Ad oggi i bambini vengono sentiti come testimoni nei procedimenti che li riguardano.

Lettura di approfondimento:  I cambiamenti in preadolescenza e la scuola: una sfida educativa

bambino-a-scuolaDagli studi relativi allo sviluppo dei diversi tipi di memoria nei bambini, è infatti emerso che la memoria episodica ed autobiografica, su cui si basa il presupposto della testimonianza, sarebbe già sviluppata intorno ai due anni e mezzo. Già a quell’ età il bambino inizia a ricordare episodi recenti della propria vita e con l’età riesce a ricordare episodi sempre più lontani nel tempo, per cui a tre anni riesce a ricordare avvenimenti accaduti sei mesi prima, a cinque anni, avvenimenti accaduti fino a due anni prima. Il ricordo di un bambino è attendibile/affidabile però solo se il ricordo è spontaneo e non sollecitato da domande.

La memoria del bambino infatti è estremamente malleabile e modificabile.

Le domande dunque modificano il ricordo, e in particolare questo accade con domande sbagliate o mal poste, e con modalità di conduzione dell’intervista inadeguate.

Esempi di domande sbagliate

  • le domande chiuse (ad esempio: “Eri in bagno?”)
  • le domande inducenti (ad es. “cosa ci facevi in bagno?”, implica che la persona fosse in bagno; “C’era un uomo o una donna?” fa ritenere che una persona fosse comunque presente)
  • le domande fuorvianti (inserire degli elementi non veri nelle domande inducenti)
  • presenza di ricatti/premi verbali e non verbali (ad es. “se dici bugie la mamma non ti vuole più bene”)
  • il dare un feedback sui contenuti del resoconto (“bravo, hai detto bene…”, oppure “no, questo non è vero, dici bugie…”)
  • forzare un contenuto

Approfondimenti

  1. Del Vecchio S. “L’indagine medico-legale nel delitto di violenza sessuale sui minori” in: Giommi R., Perrrotta M. (a cura di) “Pedofilia. Gli abusi, gli abusati, gli abusanti.”, Edizione del Cerro, Firenze 1997, p.152 e ss.
  2. A. Campanini, Maltrattamento all’infanzia. Problemi e strategie d’intervento, La Nuova Italia Scientifica, 1993 – Roma
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Lettura di approfondimento:  Idee per una didattica inclusiva
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