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Sindrome di Asperger: un’esperienza oltre i modelli tradizionali di intervento

Tempo di lettura: 4 minuti

Sindrome di Asperger
“E’ la qualità della relazione, tra terapeuta/analista e paziente, che “guarisce”, al di là delle scuole di pensiero di riferimento e/o di appartenenza”

La Sindrome di Asperger rientra nella categoria dei disturbi pervasivi dello sviluppo i cui quadri clinici sono: disturbo autistico, disturbo disintegrativo della fanciullezza, sindrome di Rett e sindrome di Asperger caratterizzati tutti da disturbi nell’interazione sociale, compromissione della comunicazione verbale e non verbale e da un repertorio di attività ed interessi ristretti, bizzarri e stereotipati.

Nonostante questi elementi in comune, tali disturbi si differiscono per alcune caratteristiche: prevalenza di sesso, modalità di esordio e/o di decorso, associazione con disturbi neurologici; queste caratteristiche conferiscono al quadro clinico aspetti particolari ed hanno indotto a introdurre il termine di “spettro autistico” che sta ad indicare che accanto al disturbo di base si distribuiscono forme che condividono con esso alcune caratteristiche ma se ne differenziano per altre.

La Sindrome di Asperger (SA) è stata studiata inizialmente dallo studioso Gillberg il quale ha definito una serie di criteri diagnostici che rendono differente tale disturbo da quello Autistico:

  1. Assenza di ritardo del linguaggio anche se “insolito” vista la fissazione dell’individuo su certi argomenti; il linguaggio anche se espressivamente corretto, risulta essere pedante e formale. E’ presente un disturbo nella comprensione del linguaggio stesso;
  2. Assenza di ritardo cognitivo che presenta però un profilo disomogeneo con un  QI verbale superiore al QI di performance;
  3. Le atipie dell’interazione sociale non riguardano tanto l’indifferenza emotiva e sociale quanto piuttosto modalità relazionali “eccentriche e unilaterali”; l’individuo può presentare un’incapacità a interagire con gli altri e una scarsa consapevolezza sociale;
  4. Il repertorio di interessi e attività è caratterizzato da un interesse per argomenti circoscritti e a volte bizzarri con conseguente esclusione di altre attività; ripetività meccanica a non intenzionale.

A differenza del quadro Autistico, il disturbo di Asperger ha un’evoluzione a lungo termine decisamente migliore.

LA MIA ESPERIENZA CON UN BAMBINO CON SINDROME DI ASPERGER

Avevo iniziato da poco il tirocinio del primo anno della scuola di specializzazione presso una struttura per la diagnosi e la riabilitazione di bambini con diverse patologie. Durante i tirocini precedenti per l’Università avevo già incontrato bambini con disturbo autistico ma data la mia esperienza, il mio lavoro si era limitato a semplici osservazioni.

Lettura di approfondimento:  Discalculia: facciamo chiarezza sui Disturbi dell'apprendimento

Non mi aspettavo di essere catapultata senza preavviso in una relazione con un bambino con sindrome di Asperger. Andrea (nome di fantasia) aveva 3 anni quando arrivò nella struttura per un sospetto ritardo del linguaggio che si dimostrò essere, invece, un disturbo pervasivo dello sviluppo. Incontrai Andrea quando aveva 5 anni durante una sessione con la logopedista la quale mi disse “questo bambino è un Asperger ma io con la mia qualifica non so come entrarci in relazione. Provaci tu”. In realtà non avevo alcuna idea su come poter entrare in contatto con quel bambino anche perché non conoscevo i metodi classici di intervento come il metodo ABA. Il mio percorso di specializzazione, incentrato sull’approccio psicodrammatico, non consiglia infatti l’utilizzo di diverse tecniche psicodrammatiche con bambini autistici nei quali sono assenti o scarse alcune capacità fondamentali per lo psicodramma (es.la capacità di seguire le regole e di considerare l’esistenza dell’altro, toeria della mente). Tuttavia vi sono alcuni psicodrammatisti che sono riusciti a ottenere buoni risultati anche con bambini con questo tipo di disturbo, quindi sapevo di poter utilizzare, se non propriamente le tecniche psicodrammatiche, almeno alcune tecniche attive che avevo sperimentato in prima persona durante le giornate di formazione nella mia scuola.

Prima di continuare, è importante dire che Andrea, appena entrato nella stanza, mostrò subito un interesse per un giocattolo in particolare, il camion, da cui era impossibile farlo desistere; inoltre il gioco era solitario cioè né io né la logopedista ne eravamo coinvolte. Per entrare a far parte del suo gioco, decisi quindi di “seguirlo” nel vero senso della parola: Andrea trasportava questo camion ovunque, facendolo passare anche sotto il tavolino ed io, malgrado fossi un metro almeno più alta di lui, cercavo di seguire il suo percorso; fu così che Andrea capì che poteva fidarsi di me. A questo punto decisi che quello fosse il momento giusto per provare a cambiare attività. Evitai di cercare il suo consenso e mi diressi alla lavagna senza parlare e cominciai a disegnare una serie di linee con un gesso: stavo scarabocchiando. Inizialmente il bambino non mostrò interesse finchè piano piano cominciò a chiedersi cosa io stessi facendo: osservò la mia attività finchè improvvisamente prese un cancellino e cancellò il mio disegno; prese un gessetto e cominciò a disegnare qualcosa che, per me, era incomprensibile. Ero tuttavia già soddisfatta: ero riuscita a spostare il suo interesse su un’altra attività. A quel punto la logopedista mi chiese di indovinare cosa Andrea stesse disegnando e aggiunse sottovoce “tanto fa sempre lo stesso disegno stereotipato”; per me era impossibile comprendere il disegno finchè fu lo stesso Andrea a dirmi “non lo vedi? È un faro sopra una roccia”. Scattò nella mia mente un’idea: presi un gessetto celeste e disegnai il mare dicendo “attorno al faro c’è anche il mare Andrea”. La reazione del bambino non fu positiva, ma la conseguenza del mio gesto si mostrò in tutta la sua bellezza solo qualche minuto dopo: Andrea si diresse verso il computer, aprì il programma paint (da lui molto amato) e con lo strumento “pennello” cominciò a disegnare di nuovo il faro con la roccia. La logopedista non fece in tempo  a dirmi “vedi?rifà lo stesso disegno” che ci accorgemmo con grandissimo stupore che Andrea aveva aggiunto al suo disegno primitivo anche il mare. Ero riuscita ad aggiungere un elemento di notivà al suo repertorio di argomenti e interessi ristretti. Andrea uscì dalla stanza a fine seduta regalandomi un bacio sulla guancia.

Lettura di approfondimento:  Ipersensibili: 4 consigli per vivere meglio la quotidianità

Raccontandovi questa mia esperienza non ho voluto dire certamente che i metodi utilizzati fino ad oggi nella riabilitazione del disturbo autistico, siano superati, né tantomeno penso che questa mia “intuizione” possa rappresentare un metodo originale per trattare questi disturbi. Fatto sta che sono riuscita a instaurare un rapporto di fiducia con Andrea e a partire da questo sono riuscita a creare una relazione tanto speciale da produrre in lui un cambiamento. Spero e penso che nel futuro possano essere sviluppati dei protocolli di intervento anche per questi disturbi che si basino sull’idea che “E’ la qualità della relazione, tra terapeuta/analista e paziente, che “guarisce”, al di là delle scuole di pensiero di riferimento e/o di appartenenza”.

Di seguito un video di 8 minuti che spiega molto bene la Sindrome di Asperger:

Approfondimenti

Militerni R., “Neuropsichiatria Infantile” 2004

Sindrome di Asperger: un’esperienza oltre i modelli tradizionali di intervento
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Dr.ssa Alice Carella

Dr.ssa Alice Carella

Laureata in "Psicologia del Benessere nel corso di vita", iscritta all'Albo degli Psicologi del Lazio e specializzata in Psicodramma a orientamento dinamico presso l'IPOD di Roma.
Dr.ssa Alice Carella

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