
Tentate soluzioni che mantengono il problema
13 Gennaio 2026“Ci sono assenze che feriscono. E poi ci sono assenze che, tornando, ti convincono che non c’è mai stato nulla da ferire.”
Il ghosting lascia un vuoto; il gaslighting fa del vuoto una prova contro di te. Il ghostlighting nasce proprio dalla fusione dei due: sparisco, ti destabilizzo, poi rientro in scena e ti faccio passare per irrazionale se osi chiedere conto. La letteratura divulgativa recente lo definisce come la combinazione di sparizione improvvisa e successiva riscrittura degli eventi, con minimizzazione e colpevolizzazione della vittima.
È un gioco di prestigio relazionale: la mano sinistra fa sparire la presenza, la destra fa sparire il tuo diritto di capirci qualcosa. E tu resti lì, più che “lasciato”, “disorientato”. Perché l’obiettivo non è solo evitare una conversazione scomoda: è rimettere in discussione la tua percezione, così che la prossima volta tu chieda meno, accetti di più, dubiti prima di parlare.
Le tentate soluzioni che mantengono il problema
In terapia breve strategica la domanda è brutale ma liberatoria: “Che cosa stai facendo, in buona fede, che alimenta l’incendio?”
Con il ghostlighting quasi tutti fanno tre mosse istintive.
La prima è la caccia alla spiegazione. Messaggi lunghi, ragionamenti impeccabili, tentativi di “chiudere bene”, richieste di chiarezza. Peccato che la chiarezza, in questa dinamica, sia la moneta che tu offri e l’altro rifiuta di accettare. Ogni tuo “parliamone” può diventare carburante per il suo “sei pesante”.
La seconda è l’investigazione. Controllo dei social, lettura ossessiva dei segnali, confronto con le amiche, ricostruzione della timeline: “l’ultimo accesso”, “la visualizzazione”, “il like”. Questo trasforma l’assenza in un enigma. E gli enigmi, si sa, creano dipendenza: il cervello odia le storie senza finale.
La terza è l’autoprocesso. Ti metti sul banco degli imputati: “forse ho esagerato”, “forse ho chiesto troppo”, “forse sono io il problema”. Qui il ghostlighting compie il suo capolavoro: tu fai il lavoro sporco al posto suo, interiorizzando la colpa.
Queste reazioni sono umane. Ma sul piano strategico spesso ottengono l’effetto opposto: più chiedi realtà, più l’altro può negartela. Più cerchi contatto, più l’altro si allena a sparire.
La dinamica del circolo vizioso
Il ghostlighting funziona perché unisce due leve psicologiche potenti.
La prima è l’incertezza relazionale. Sappiamo che il ghosting è una modalità di dissoluzione relazionale mediata dalla tecnologia, studiata soprattutto nei giovani adulti: interrompere la comunicazione senza spiegazione produce disorientamento e ricerca di senso. Quando poi la persona riappare, l’incertezza non si risolve: si amplifica.
La seconda è la manipolazione della percezione. Il gaslighting, nelle sue definizioni cliniche, è un insieme di strategie manipolatorie che portano l’altro a dubitare della propria realtà interna (memoria, emozioni, giudizio), con impatti significativi sul senso di sé e sulla capacità di fidarsi.
Messe insieme queste due leve si crea questo copione:
sparisco → tu cerchi senso → io torno e minimizzo → tu ti senti “troppo” → tu chiedi meno → io imparo che posso sparire senza conseguenze → tu vivi in allerta.
È un meccanismo simile a una slot machine emotiva: qualche segnale ogni tanto, abbastanza per tenere l’altro agganciato, mai abbastanza per far stare bene. Il rinforzo intermittente è noto, in psicologia comportamentale, per aumentare persistenza e craving: ciò che arriva a intermittenza “tira” più di ciò che è stabile.
Ecco perché, dopo un ghostlighting, molte persone non “si staccano”: oscillano tra rabbia e speranza, tra dignità e bisogno, tra dire “basta” e “magari adesso cambia”.
Come riconoscere il ghostlighting
Il criterio non è il singolo episodio, ma il pattern comportamentale che si ripete.
Se una persona sparisce e poi, al rientro, propone un racconto che cancella l’esperienza (“ti sei fatto un film”, “non è successo niente”, “sei esagerata/o”), siamo già oltre l’imbarazzo comunicativo. Se, in più, la colpa viene spostata sull’altro/a (“se mi avessi lasciato spazio…”, “mi fai pressione…”) e tu inizi a camminare in punta di piedi per non essere etichettato, il ghostlighting sta funzionando.
Il segnale più affidabile è questo: dopo aver parlato con lui/lei ti senti più confuso di prima. La conversazione non chiarisce; disorganizza.
Strategie risolutive: rompere il gioco senza fare la guerra
In merito alle “strategie” non serve vincere un dibattito, ma uscire dalla dinamica.
Strategia 1: Mettere di fronte ad un bivio
È importante riprendere quanto accaduto soffermandosi sulle emozioni sperimentate. Ad esempio: “Quando sei sparito/a per X giorni e poi sei tornato/a facendo finta di nulla, io ho vissuto confusione e distanza. Se per te la relazione è un sì, parliamone entro (data). Se è un no, lo accetto e mi fermo qui.”
Il punto non è ottenere la verità, ma creare un bivio operativo. Chi ghostlighta odia i bivi: preferisce corridoi lunghi dove tu cammini e lui decide quando aprire una porta.
Se la risposta è evasiva o capovolta (“sei tu che…”) considera già quella evasività una risposta. Nel dubbio, guarda i comportamenti: sono più sinceri delle frasi.
Strategia 2: Regola delle 48 ore
Il silenzio passivo è attesa. Il silenzio attivo è scelta.
Quando sparisce, per 48 ore sospendi ogni tentativo di riparazione: niente messaggi, niente check social, niente “solo per capire”. Non come punizione, ma come disintossicazione dall’incertezza. In quel tempo fai una cosa sola: cerca di ricentrarti, ovvero dormi, mangia, lavora, vedi qualcuno dal vivo. Sembra banale, ma il ghostlighting prende forza dal domandarsi in continuazione: “dov’è?”. Distrarsi su altro toglie potere.
Se l’altro riappare durante queste 48 ore, è utile rispondere sempre orienta alla strategia precedente, ovvero della scelta. È il modo più rapido per interrompere la “slot machine”.
Strategia 3: Il Reality-Check scritto (e la contabilità dei fatti)
Il ghostlighting manipola la memoria emotiva: oggi ricordi l’assenza, domani ricordi il suo sorriso e dubiti dell’assenza. Per questo serve tenere traccia, per costruire una visione lucida.
Scrivi tre colonne, anche sul telefono: “Fatti”, “Interpretazioni”, “Scelte”.
Nei “Fatti” inserisci ciò che è accaduto (sparito dal… al…, nessuna risposta, ritorno con…). Nelle “Interpretazioni” metti i pensieri (“forse sono io”). Nelle “Scelte” metti ciò che decidi: confine, richiesta unica, stop ai contatti se evasivo.
Questa pratica è un’ancora contro il gaslighting, perché separa l’evento dall’interpretazione. E restituisce la fiducia nella propria visione evitando di dubitare di se stessi stesso sguardo.
Strategia 4: La Prescrizione paradossale del “permesso di sparire”
È la più spiazzante, ma spesso la più efficace con chi è intrappolato nella speranza.
Quando senti il bisogno di rincorrere, concedi mentalmente all’altro il “diritto di sparire” ripetendoti a mente: “Puoi sparire. E io posso smettere di inseguire.”
Il paradosso è questo: più provi a impedire la sparizione, più la rendi centrale. Se invece la rendi possibile, ma non più costosa per te, si spezza il gioco.
Il fantasma fa paura finché lo insegui; quando accendi tu la luce e chiudi tu la porta, diventa solo una presenza mancata.
Quando chiedere aiuto
Se dopo esperienze ripetute di ghostlighting noti ansia persistente, ruminazione, abbassamento dell’autostima, o un pattern che si ripete con partner diversi, può essere utile lavorare su due livelli: la vulnerabilità all’incertezza (spesso legata a stili di attaccamento e a storie di rifiuto) e le regole interne che ti portano a tollerare l’intollerabile (“se chiedo, perdo”; “se insisto, mi amerà”). Non per colpevolizzarti, ma per togliere terreno alla manipolazione.
Il contrario del ghostlighting è la realtà condivisa
In una relazione sana la realtà non è un tribunale: è un tavolo. Ci si siede e si mette in chiaro cosa c’è.
Il ghostlighting, invece, fa della realtà un campo di nebbia. E nella nebbia, chi conosce la strada comanda.
La buona notizia è che non devi convincere nessuno: devi scegliere. Il confine è una frase breve, ripetuta una volta, seguita da un comportamento coerente. È così che il fantasma smette di fare il regista e torna a essere solo un personaggio secondario nella tua storia.
Bibliografia
- LeFebvre, L. E. (2019). Ghosting in Emerging Adults’ Romantic Relationships: The Digital Dissolution Disappearance Strategy.
- LeFebvre, L. E. (2020). Ghosted?: Navigating strategies for reducing uncertainty…
- Machado, M. de O. S. (2025). Gaslighting in Intimate Relationships: A Scoping Review.
- Darke, L. (2025). Illuminating Gaslighting: A Comprehensive Interdisciplinary…
- Psychology Today (2023). The New Ghostlighting Dating Trend.
- Men’s Health (2025). What Is Ghostlighting?
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