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C’è un momento preciso, nelle ore o nei giorni immediatamente successivi a una separazione, in cui chi ha preso la decisione di andarsene sente un impulso quasi irrefrenabile. È l’istinto di prendere il telefono e inviare un messaggio di scuse, di spiegazione, o peggio, di consolazione. Spesso è un testo che inizia con “Mi dispiace”, prosegue con “Non volevo farti soffrire” e si conclude con una riaffermazione di affetto e stima. Sulla carta, sembra il gesto di una persona empatica, sensibile e attenta. Nella realtà psicologica delle dinamiche di rottura, tuttavia, questo comportamento rappresenta spesso l’errore strategico ed emotivo più grave che si possa commettere.
Nella mia pratica clinica, soprattutto nel lavoro come psicologo psicoterapeuta con adulti e coppie a Milano, questo è uno dei passaggi più delicati nelle separazioni.
Chi si trova nella posizione di dover chiudere una relazione importante vive immerso in quella che potremmo definire una “nebbia cognitiva“. Il cervello non sta operando in condizioni normali, ma sta cercando disperatamente di gestire un conflitto interiore lacerante: da una parte la necessità di seguire la propria strada per integrità personale, dall’altra il terrore di essere percepiti come i “cattivi” della storia. In questo stato di dissonanza, la mente ci inganna. Ci convince che inviare un messaggio rassicurante all’ex partner sia un atto di generosità volto ad alleviare il suo dolore. La verità, purtroppo, è molto più scomoda: quasi sempre, quel messaggio non serve a far stare meglio chi è stato lasciato, ma serve esclusivamente a chi ha lasciato per lenire il proprio senso di colpa.
Chi ferisce non guarisce
Per comprendere perché la logica e le spiegazioni razionali falliscono miseramente nel momento del distacco, dobbiamo accettare un paradosso fondamentale: la persona che ha inferto la ferita non può essere la stessa che la cura. È una legge non scritta ma ferrea delle relazioni umane. Nel momento in cui decidiamo di separarci, diventiamo, agli occhi di chi subisce la decisione, la fonte del dolore. Di conseguenza, ogni nostra parola, anche la più dolce e misurata, non viene recepita come una carezza, ma come sale sulla piaga. Ogni notifica che illumina il telefono dell’altro riaccende una speranza che viene immediatamente frustrata dal contenuto del messaggio stesso, prolungando l’agonia e impedendo l’inizio del necessario processo di elaborazione del lutto.
Come evidenziato anche dalla American Psychological Association, l’elaborazione di una perdita richiede tempo e uno spazio emotivo protetto, che non può essere accelerato né alleviato dalla persona che ha causato la separazione.
Il riconoscimento delle emozioni
L’errore più comune in questi frangenti è il tentativo di usare la logica per arginare un’emozione. Frasi come “Non è colpa di nessuno”, “Ci sono cose che non possiamo controllare” o “Sei una persona fantastica e meriti di meglio” sono devastanti per chi le riceve. Chi viene lasciato non vive nel regno della logica, ma in quello della reattività emotiva pura. Si sente rifiutato, tradito, abbandonato. Sentirsi dire che “non è colpa di nessuno” suona come una deresponsabilizzazione, un tentativo di negare la realtà di una scelta precisa che ha conseguenze reali. L’empatia, in questa fase, non consiste nel cercare di spiegare perché l’altro non dovrebbe soffrire, ma nel riconoscere che l’altro ha il sacrosanto diritto di essere arrabbiato, triste e persino ingiusto nei nostri confronti.
Il Test del Destinatario
Come possiamo, dunque, navigare queste acque tempestose senza perdere la nostra umanità ma mantenendo la fermezza necessaria? Lo strumento più potente che abbiamo a disposizione è un esercizio di consapevolezza che potremmo chiamare “Il Test del Destinatario”. Prima di cedere all’impulso di inviare qualsiasi comunicazione all’ex partner, è necessario fermarsi, fare un respiro profondo e porsi una domanda: “Questo messaggio serve davvero a lei o a lui per stare meglio, o serve a me per sentirmi meno in colpa?”.
Se la risposta sincera è che stiamo scrivendo per placare la nostra ansia, per verificare che l’altro non ci odi, o per mantenere intatta la nostra immagine di “brava persona”, allora il messaggio non va inviato. Mai. Scrivere per alleviare il proprio disagio è un atto di egoismo mascherato da altruismo. È un modo per scaricare sull’altro, che è già a terra, anche il peso della nostra coscienza, chiedendogli implicitamente l’assoluzione.
Al contrario, la vera empatia in fase di separazione si manifesta attraverso la capacità di tollerare il disagio del silenzio. Siamo culturalmente abituati a pensare al silenzio come a una forma di punizione o di indifferenza, ma nel contesto di una rottura, il silenzio assume una valenza completamente diversa: diventa una forma di rispetto. Tacere significa restituire all’altro la dignità del proprio dolore. Significa fare un passo indietro per non invadere uno spazio emotivo che non ci appartiene più. Significa riconoscere che l’ex partner possiede le risorse interiori per affrontare la sofferenza senza bisogno della nostra “stampella” psicologica, che in quel momento sarebbe comunque difettosa.
La difficoltà delle persone sensibili
Imparare a stare nel silenzio è incredibilmente difficile per le persone sensibili. Si ha l’impressione di essere freddi, crudeli, distaccati. Spesso l’assenza di parole viene interpretata per paura come assenza di sentimenti passati. Tuttavia, è proprio questa disciplina interiore che distingue una rottura matura e costruttiva da un trascinamento doloroso e ambiguo. Il silenzio pulisce il campo. Elimina le false speranze. Permette alla rabbia di emergere, sfogarsi e infine decantare, senza essere continuamente rialimentata da messaggi contraddittori che dicono “vado via” ma sottintendono “sono ancora qui”.
Validare, invece di giustificare
Inoltre, la comunicazione efficace post-rottura, quando strettamente necessaria, deve abbandonare il campo della giustificazione per abbracciare quello della validazione. Invece di dire “Non devi essere arrabbiata perché non è colpa mia”, l’approccio corretto è “Capisco la tua rabbia/dolore e hai il diritto di provarla/o”. La differenza è abissale. Nel primo caso stiamo cercando di correggere l’emozione dell’altro; nel secondo la stiamo accogliendo senza giudizio e senza tentare di modificarla. Validare il dolore altrui non significa prendersi colpe che non si hanno, ma significa avere il coraggio di restare fermi di fronte alla tempesta emotiva che abbiamo scatenato, senza cercare di spegnerla con secchiate di parole inutili.
Da psicoterapeuta che lavora da anni con adulti e coppie a Milano e online, posso dirti che migliorare nella gestione di questi passaggi delicati non significa diventare insensibili, ma diventare più consapevoli del peso specifico delle nostre azioni. Significa accettare di poter essere, temporaneamente, il “cattivo” nella narrazione dell’altro, se questo serve a garantirgli una guarigione più rapida e pulita. Significa capire che l’amore, quando finisce o si trasforma, richiede un ultimo, estremo atto di generosità: la capacità di sparire per permettere all’altro di ricomparire a se stesso. È un atto di coraggio che non riceverà applausi immediati, ma che nel lungo periodo costruirà le basi per un rispetto reciproco che sopravvive alla fine della relazione. Non si tratta di non comunicare, ma di comunicare solo ciò che è vero, necessario e, soprattutto, utile a chi resta, non a chi se ne va.
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