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4 Agosto 2010
caso clinico
Quando l’aiuto diventa necessario
4 Agosto 2010
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Quando l’aiuto diventa necessario (Secondo incontro)

caso clinico

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Secondo incontro caso clinico Maria

Secondo incontro relativo ad un percorso psicoterapeutico in un caso di disagio emotivo, in giovane diciannovenne, che si articola in: problemi di vergogna, problemi di ansia, senso di inadeguatezza, problemi di ostilità e fenomeni depressivi.

Su indicazioni della paziente si è partiti dall’affrontare il problema emotivo percepito come più penoso: vergogna di se stessa. Come da protocollo si è individuato il problema utilizzando il modello ABCde (vedi articoli sul funzionamento mentale) si è quindi passati alla disputa dei pensieri irrazionali responsabili della “vergogna”; si è effettuata la prova del tridente; si è chiesto alla paziente di ripetere il lavoro a casa tutti i giorni per tre volte al dì.

La  P. si presenta all’appuntamento premettendo che non ha svolto 21 esercizi come da programma, ma solo 15 poiché alcune sere essendo uscita e tornata stanca a casa scelse di saltare.

T – Maria, ti è mai capitato di prendere antibiotici?

P –  Si, diverse volte!

T – E in genere rispetti le prescrizioni del medico, voglio dire prendi l’antibiotico prescritto anche se torni a casa stanca?

P – Si, altrimenti l’effetto cambia.

T – Vero, saltando le dosi si vanifica il lavoro dei principi attivi. Secondo te, perché ti avrei chiesto di fare l’esercizio per tre volte tutti i giorni? E’ opportuno che tu ricordi che il processo di apprendimento delle ridefinizioni dei pensieri irrazionali e disfunzionali è soggetto alle leggi dell’apprendimento le quali prevedono la ripetizione costante e continua di piccole dosi di nuovi elementi cognitivi congruenti affinché l’apprendimento si realizzi. Quanto detto circa l’apprendimento e la ripetizione costante e continua vale anche per quei tuoi pensieri negativi responsabili della vergogna:  non te ne sei mai resa conto, ma sai quante volte hai ripetuto a te stessa  “faccio schifo” perché…. tanto che ad un certo punto è diventato l’unico modo in cui ti percepivi. P. mi rendo conto solo ora che sono proprio un’incapace, che anche nelle cose più ovvie riesco a sbagliare!

T – Mi stai dicendo che siccome non hai rispettato la prescrizione allora sei un’incapace?

P – Certo! Vedi che ho ragione a pensare tutte quelle cose su di me!

T – Aspetta, aspetta Maria non facciamo pressappochismo  ricorda che siamo in una sede scientifica e tutto quello che ipotizziamo deve  avere conferma; guarda, sulla tua destra c’è un dizionario di italiano vai per cortesia alla lettera “I” e leggi cosa vuol dire incapacità.

P – Si, va bene, ma che c’entra!

T – C’entra e come! Ti ricordi che il nostro IO emotivo è una dimensione bambina e che crede ciecamente a ciò che noi pensiamo?

P – Si, si; poi apre il dizionario e…..chi non sa fare una cosa.

T – Bene, puoi dimostrarmi con prove inconfutabili che sei incapace a rispettare una prescrizione? E se si, quali sono le prove che sei incapace?

P – Bé….. non è che sono incapace, perché per esempio quando faccio i dolci sono molto precisa con le dosi, allora però forse è più esatto dire che sono irresponsabile.

T – Vogliamo riflettere bene sul concetto di irresponsabilità?

P – Riflette e poi: ho capito, ho capito anche questo è falso, perché quando guido o quando studio so di essere responsabile, ma allora perché non ho rispettato la prescrizione?

T – Mi aspetto che risponda tu a questa domanda!

P – Ci pensa un po’ e poi… ma forse la verità è che l’ho presa un pochino alla leggera! Non mi andava, forse ho pensato: tanto c’è la dottoressa che risolve tutto!

T – Che vuol dire forse ho pensato che..? L’hai pensato oppure no?

P – Si ho pensato questo.

T – Reputi opportuno questo pensiero in questa circostanza?

P – No, decisamente no! Ora mi è tutto più chiaro: non è affatto vero che sono incapace,  sono stata semplicemente un po’ pigra, ma posso recuperare.

T – Certo che puoi recuperare, capita di sbagliare! Nessuno è perfetto. Quel che conta è che gli errori diventino un’occasione per imparare e correggersi.

T – Bene Maria, il tempo strige e siamo costrette a fermarci, ma prima vorrei vedere l’ultima stesura del tuo esercizio ridotto; prendilo e leggi per cortesia.

P – Ecco, questa è la quindicesima, ho scritto: “faccio schifo”, non è vero che faccio schifo, perché non sono una persona sporca o putrefatta o puzzolente ricoperta di vermi e di mosche, è vero solo che non mi piaccio, ma so che capita nella vita che certe cose non ci piacciono, perché non può essere tutto come noi preferiamo che sia.

T – Bene Maria, allora ripeterai l’esercizio come da prescrizione precedente e ci rimandiamo al prossimo appuntamento.

Come si è potuto notare questa seduta si è esaurita nella fase del controllo dei compiti a casa e durante il controllo ed il dibattimento di ciò che è emerso si è applicato ad oltranza il principio del tridente disputando e confutando ogni forma di pensiero irrazionale e disfunzionale emergente. Il lavoro di psicoeducazione è l’elemento costantemente presente nel processo terapeutico.

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