
People Pleasing: perché dire sempre sì ti svuota
5 Gennaio 2026“Il problema non è il problema: è la soluzione che usi per risolverlo.”
Sembra un gioco di prestigio logico, e invece è una fotografia clinica: molte sofferenze non durano perché “sono forti”, ma perché vengono nutrite con devozione quotidiana da chi le subisce. Con le migliori intenzioni, s’intende.
Le tentate soluzioni sono quei comportamenti, pensieri e strategie che una persona mette in atto per stare meglio (es. controllare, prevenire, capire, rassicurarsi, evitare). Eppure, proprio perché vengono ripetute, finiscono per costruire la gabbia che vorrebbero aprire, finendo quindi per peggiorare il problema. È il paradosso più comune della sofferenza umana: più provi a spegnerla con l’acqua, più diventa incendio.
Questo articolo ha lo scopo di rendere visibile il meccanismo. Quando il meccanismo si vede, smette di essere “destino” e torna a essere “funzionamento”. E ciò che funziona, si può cambiare.
Il fascino tossico dei rimedi “ovvi”
Le tentate soluzioni hanno una qualità ipnotica: danno l’impressione di fare qualcosa. Un’azione, anche sterile, consola più dell’incertezza. È come spingere una porta su cui c’è scritto “tirare”: spingi ancora più forte, ti irrigidisci, ti arrabbi, chiami qualcuno, e intanto la porta resta chiusa. L’energia aumenta, il risultato no. Ma il cervello registra: “Sto tentando”. E scambia il tentativo per efficacia.
Le tentate soluzioni diventano abitudini per due motivi. Primo: ogni tanto funzionano davvero, almeno nel brevissimo periodo. Secondo: riducono l’ansia dell’ignoto (“se faccio così, almeno sto provando”). Il prezzo arriva dopo, come un interesse composto: più ripeti, più rinforzi l’idea che senza quella manovra starai peggio. E così la manovra diventa necessità.
In psicoterapia strategica, si osserva spesso un dettaglio inquietante: la persona non è “vittima” del problema, è prigioniera della propria lotta contro il problema. È una prigione costruita con i mattoni della buona volontà.
Come riconoscere una tentata soluzione
Una tentata soluzione tipica ha tre caratteristiche:.
- Viene reiterata. Non è un gesto isolato, è una strategia abituale.
- È ragionevole. Se la racconti a un amico, lui annuisce: “Ci sta”.
- Non risolve, ma mantiene. Riduce il sintomo nell’immediato, per poi amplificarlo o renderlo più probabile.
Quando queste tre caratteristiche coincidono, di solito vale una regola clinica brutale: non serve “capire di più” il problema, serve smettere di alimentarlo con i rimedi automatici. La lucidità non basta se resta un lusso teorico che non cambia la coreografia quotidiana.
Le tentate soluzioni più comuni (e come fanno danno)
Prendiamo alcune scene frequenti, trasversali ai disturbi e alle storie.
C’è chi cerca rassicurazioni. Chiede, controlla, confronta, torna a chiedere. Ogni rassicurazione è un analgesico: toglie dolore per un’ora e lascia dipendenza per un giorno. Il messaggio implicito è: “Da solo non posso reggere l’incertezza”. E l’incertezza, che potrebbe essere allenata, diventa intollerabile.
C’è chi evita. Evita luoghi, persone, scelte, conversazioni, emozioni. Evitare sembra prudenza, spesso è paura travestita da saggezza. L’evitamento riduce l’ansia oggi e la rafforza domani, perché conferma che quel contesto era davvero pericoloso. Così la mappa del mondo si restringe, e la vita diventa un corridoio o meglio, un recinto.
C’è chi controlla. Controlla pensieri, sensazioni, performance, relazione, immagine. Il controllo è un tiranno elegante: promette pace, pretende sacrifici continui. Più tenti di controllare ciò che per natura è fluido (emozioni, desiderio, spontaneità), più produci rigidità e, paradossalmente, perdita di controllo.
C’è chi analizza. Analizza all’infinito, cerca la causa, la radice, l’origine. Non lo fa per curiosità filosofica: lo fa per sentirsi al sicuro. Il problema è che l’analisi, quando diventa rituale, non genera comprensione: genera immobilità. È una biblioteca costruita per non uscire di casa.
C’è chi combatte il sintomo come un nemico. Lotta contro l’ansia, contro i pensieri intrusivi, contro la tristezza, contro la paura. Ma alcune esperienze interne, più le scacci, più tornano. Il tentativo di soppressione diventa l’altoparlante del sintomo.
Le tentate soluzioni sono quindi spesso “più della stessa cosa” fatta con crescente intensità. Il problema non crolla, si fortifica. E quando si fortifica, appare “più serio”, spingendo a tentare ancora di più. È un perfetto circuito autoreferenziale.
La dinamica del circolo vizioso che si autoalimenta
Ogni problema psicologico persistente ha una struttura, quasi un copione.
La struttura non è misteriosa, è ripetitiva:
stimolo → interpretazione → tentata soluzione → conseguenza che conferma l’interpretazione → aumento dello stimolo.
Un esempio semplice. Avverto ansia. Interpreto: “Sta arrivando qualcosa di grave”. Tendo a evitare o a controllare. Nel breve mi calmo. Nel lungo, il mio cervello impara che senza evitare o controllare sarei crollato. Quindi la prossima volta che proverò ansia questa sarà più minacciosa. E la prossima tentata soluzione più rigida.
Il cuore del circolo vizioso è una credenza implicita: “Per stare bene devo eliminare subito questa sensazione”. È comprensibile, quasi istintiva. Eppure è proprio quella urgenza a rendere la sensazione intollerabile. Quando un’emozione diventa proibita, acquisisce potere. Il sintomo diventa un dittatore perché è stato nominato tale.
Da fuori, la persona appare “bloccata”. Da dentro, è in piena attività: sta facendo, prevenendo, correggendo, evitando, chiedendo, ragionando. È un iper-lavoro mentale ed emotivo. Solo che lavora contro di sé.
Strategie risolutive per rompere il problema
Qui la terapia breve strategica è spudoratamente pragmatica: se ciò che fai mantiene il problema, la cura è smettere di farlo… ma non con la forza di volontà, bensì con manovre alternative che “ingannano” il circuito.
Ti propongo tre strategie concrete, usabili come cornici operative (in terapia vengono calibrate in base al caso, ma la logica è questa).
1) Mappare e interrompere la “catena del rimedio”
Per una settimana, la persona osserva con precisione chirurgica le proprie tentate soluzioni: quando partono, cosa le attiva, che forma hanno, quanto durano, cosa ottengono subito e cosa producono dopo.
La mappa non è un diario emotivo romantico. È un inventario di manovre. È come scoprire dove perde acqua: non ripari il tubo insultando l’umidità, lo ripari individuando la crepa.
Poi si sceglie una sola tentata soluzione “madre” (quella più frequente o più potente) e si lavora su una micro-interruzione. Non si punta all’eroismo. Si punta alla crepa nel rituale. Anche una riduzione del 20–30% cambia il sistema, perché comunica al cervello: “Posso reggere senza quel gesto”. È un messaggio più terapeutico di cento spiegazioni.
2) Prescrivere il sintomo: trasformare il nemico in un compito
Quando un sintomo viene combattuto, diventa reattivo. Una manovra strategica classica è “prescriverlo” in modo controllato: decidere quando e come farlo accadere.
Esempio: chi teme l’ansia può dedicare ogni giorno un tempo breve e definito a “provocarsi l’ansia” volontariamente, evocando pensieri e immagini che la aumentano. Sembra assurdo, ma il paradosso è clinicamente sensato: ciò che è spontaneo smette di esserlo nel momento in cui lo si prescrive. Il sintomo perde la qualità di imboscata e diventa esercizio.
Il punto non è soffrire di più. Il punto è capovolgere la relazione di potere: dal “mi succede” al “lo faccio accadere a comando”. Questo trasforma l’esperienza interna da minaccia a fenomeno gestibile. E il cervello, finalmente, smette di monitorare ossessivamente.
3) Sostituire il controllo con una “disciplina morbida”
Quando la tentata soluzione è il controllo, serve una disciplina diversa: non più controllo totale, ma regole minime e stabili.
Una disciplina morbida significa fissare pochi punti fermi, piccoli, quotidiani, e lasciare il resto fluire. È l’opposto della rigidità: è struttura che libera. Un esempio semplice è definire finestre temporali per rimuginio, controlli, verifiche, messaggi, ricerche online, confronti. Non per proibire, ma per contenere.
La mente ossessiva e ansiosa adora i confini chiari. Se non glieli dai tu, li costruisce da sola in modo patologico. Una cornice scelta consapevolmente riduce il bisogno di controllo compulsivo, perché offre prevedibilità senza prigionia.
In tutte e tre le strategie c’è un principio comune: non si chiede alla persona di “sentirsi diversa” prima di agire. Si chiede di agire in modo diverso per diventare diversa. L’esperienza emotiva segue la manovra, non la precede.
Il coraggio più utile è smettere di fare
Molti cercano la soluzione come una nuova tecnica da aggiungere. In realtà, spesso la svolta è sottrattiva. È il coraggio di togliere il gesto che ti dava l’illusione di protezione. È un coraggio silenzioso che risulta molto potente.
Un aforisma strategico recita così: “Quando hai provato tutto, prova il contrario. Quando hai provato il contrario, smetti di provare.”
Smettere di provare, qui, significa smettere di ripetere la stessa manovra che mantiene la ferita aperta.
E a volte la terapia breve strategica che utilizzo a Milano punta proprio a svelare questa consapevolezza: chiudere la mano che sta stringendo troppo forte, e scoprire che ciò che temevi di perdere… finalmente respira.
Bibliografia essenziale
- Nardone, G., & Watzlawick, P. (a cura di). L’arte del cambiamento.
- Watzlawick, P., Weakland, J. H., & Fisch, R. Change: Principles of Problem Formation and Problem Resolution.
- Nardone, G., & Portelli, C. Knowing through Changing: The Evolution of Brief Strategic Therapy.
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