Gestione dei figli di genitori separati: come comportarsi
14 Marzo 2014
coppie in crisi
Quando la coppia si perde “per strada”
24 Marzo 2014
Tutte le categorie

Riconoscere e gestire il “peso” dell'(in)gratitudine

Alla base dell’ingratitudine

L’ingratitudine è all’origine della metafora, intesa in senso laico, della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre.

Una ragazzina di 9 anni, durante un laboratorio di psico-animazione incentrato sul tema, ha scritto: <<Molto ingrati sono stati Adamo ed Eva. Al loro posto io, dopo che il serpente faceva la sua tentazione, avrei chiamato Dio e gli avrei detto “Signore, qui c’è un buffo serpente che dice che se mangiamo dell’albero della conoscenza del Bene e del Male non moriremo, ma diventeremo come Dio. Tu che ne dici?”. E avrei sentito cosa rispondeva Lui. Mi sarebbe sembrato più giusto ed educato, visto che lui aveva messo a disposizione di tutti e due il Paradiso terrestre e tutti gli animali, pure quelli feroci […]. Forse, però, loro si saranno sentiti intimiditi per il fatto che Dio aveva davvero offerto loro tutto e troppo>>.

Melanie Klein, in Invidia e gratitudine (1957), scrive che l’invidia è una forza primordiale, “costituzionale”, strettamente connessa alla bramosia orale, che ha come primo oggetto il “seno che nutre”. Un’emozione, l’invidia, che si rafforza nella nostalgia della completezza, esperita durante lo stato prenatale, e nell’intensa “angoscia persecutoria messa in moto dalla nascita”. Secondo la Klein, nemmeno un allattamento felice elimina completamente la frustrazione che deriva dalla perdita dell’unità prenatale. “La stessa facilità con la quale il latte fluisce -anche .se il bambino se ne sente gratificato- è fonte di invidia, in quanto al bambino, questo dono, sembra qualcosa di irraggiungibile”. Quindi, non è la frustrazione ad innescare l’invidia, nemmeno per la psicanalista, bensì la sensazione di irraggiungibilità, il senso di inadeguatezza che invade il neonato di fronte al seno che contiene in sè tutte le cose buone. Un seno invidiato perchè possiede tutto ciò che è bene, ma anche “avaro e meschino” perchè lo tiene per sè.

L’invidia, quindi, ha a che fare con il lato oscuro, con quella fantasia distruttiva che affonda le sue radici dentro di noi fin dalla nascita – quello che Freud chiama istinto di morte, contrapponendolo all’istinto di vita- e che può manifestarsi come invidia o avidità. Entrambe belve, aspre e forti, che possono condurre all’incapacità di provare amore e gratitudine (invidia), oppure alla irrazionale distruzione della propria fonte di vita (avidità).

Dall’antichità ai tempi moderni: INVIDIA DELL’ESSERE o INVIDIA DELL’AVERE?

Se la psicologia studia l’invidia dei soggetti, la sociologia la studia nella prospettiva della società. Osservando i comportamenti di massa, si può notare come la modernità sia sempre maggiormente ossessionata dal demone dell’avere. L’invidia d oggi non è più quella di Antonio Salieri, settecentesco compositore di successo corroso dall’invidia per il genio assoluto di Mozart. Nel dramma teatrale: Mozart e Salieri, il rancore del secondo per il talento innato del primo si trasforma e s’ingigantisce fino a diventare odio e desiderio di morte per il collega compositore.

Da quando Max Weber ha scritto che la precondizione per l’avvento del capitalismo è stata l’etica protestante, e quindi la concezione, totalmente calvinista, che la ricchezza materiale fosse un segno di grazia divina, in Occidente, almeno a livello di massa, l’invidia dell’essere ha lasciato il posto all’invidia dell’avere, soprattutto del denaro, che dà accesso a tutto:bellezza, piacere, potere.  La modernità ha sdoganato l’invidia, trasformandola in un sentimento quasi onorevole, mascherandola nella giusta competizione. Perché il denaro, se lo agguanti, lava ogni colpa e garantisce uno statuto di intangibilità.

COS’E’ LA SINDROME RANCOROSA DEL BENEFICATO?

E’ l’eccellenza dell’ingratitudine, un sordo, rancoroso rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente) che coglie come un’autentica malattia chi ha ricevuto un beneficio, poichè tale condizione lo pone in evidente “debito di riconoscenza” nei confronti del suo benefattore. Un beneficio che egli “dovrebbe” spontaneamente riconoscere ma che non riesce, fino in fondo, ad accettare di aver ricevuto, al punto di arrivare a dimenticarlo o negarlo o sminuirlo o, addirittura, a trasformarlo in un peso dal quale liberarsi e a trasformare il Benefattore stesso in una persona da allontanare, da dimenticare, se non addirittura da penalizzare e calunniare.

TIPOLOGIE DI BENEFATTORE: a chi somigliamo?

  1. BENEFATTORE OCCASIONALE: parliamo dell'”eroe per caso”, di colui che si ritrova a essere, suo malgrado, l’improvviso benefattore di fronte a una o più situazioni di emergenza, senza aver mai sospettato di avere le energie nè la tempra per entrare da attore in una situazione di aiuto.
  2. BENEFATTORE INCALLITO: non può fare a meno di dare. E’ colui che , per riconoscersi come “buono”, ha bisogno di dare continuamente amore e dedizione per riempirsi del bene che l’altro gli rimanda, e contemporaneamente per sentirsi adeguato. Deve sempre tenere a bada la grande ombra del “non essere mai abbastanza perfetti”.
  3. BENEFATTORE PER FEDE O IDEOLOGIA: costui, mosso da principi etici e religiosi, educa e spinge gli altri a dare e a fare del bene. Questo è il beneficio che egli elargisce.
  4. BENEFATTORE “GUARDA COME SI FA”: ha bisogno continuamente di amare ed essere amato, ma senza la speranza di ricevere quel bene di cui avrebbe un insanabile bisogno. E’ come se dicesse:<<ti mostro, amandoti, come vorrei essere amato>>
  5. BENEFATTORE IN OMBRA: è colui che prova vergogna nel mostrare le proprie capacità e dona in silenzio. Si priva di assistere all’altrui realizzazione.
  6. BENEFATTORE ILLUSO-DISILLUSO: è la tipologia di persona che si è illusa che gli altri potessero reggerla e sorreggerla nel percorso di vita, ma è stata ripetutamente delusa. Ha bisogno di sentirsi indispensabile ed è sempre pronto ad essere “soccorrevole nel male, ma invidioso nel bene degli altri.
  7. BENEFATTORE D’AMORE: ha pacificato dentro di sé i passaggi più o meno tortuosi della propria infamia e adolescenza. Non ha timore di dare, ” dà poco a chi ha poco da dare, e dà molto a chi ha molto da dare”. Sa che l’amore cura e, alimentando d’amore gli altri, alimenta se stesso ricaricando così quel sentimento d’amore che non si svuoterà mai.

TIPOLOGIE DI BENEFICATO: quale ci somiglia di più?

  1. BENEFICATO ORALE: nella vita fa scelte oculate, più o meno inconsapevoli di finire tra le braccia di chi gli garantirà un sostegno illimitato. Quando chi lo sostiene non potrà o non vorrà più reggerlo, passerà a un altro capace di garantirgli la linfa vitale. E’ colui o colei che sposa un coniuge forte, che si fa reggere dai figli, che trova qualcuno che lo aiuti a lavorare…
  2. BENEFICATO INSAZIABILE: anche detto “diarroico”, egli è sicuro di avere sempre a portata di mano un benefattore, e lo costringe all’interno di una relazione di aiuto. E’ colui che perde soldi, investimenti, amori, beni in azioni a dir poco avventate, perchè tanto sa che c’è qualcuno pronto a correre in aiuto e a riparare il danno da loro provocato. Promette di mettere la testa a posto, ma non lo fa mai.
  3. BENEFICATO STITICO: ha la caratteristica peculiare di non volere dare nulla di sè, ma di essere ben felice di ricevere facendo percepire al Benefattore che potrebbe essere maggiormente prodigo verso di lui. Mira a far sentire sempre in colpa il proprio Benefattore. Appartengono a questa categoria i tirchi d’amore e di beni materiali, sempre pronti a mirare e a colpire il Benefattore evocando i suoi sensi di colpa.
  4. BENEFICATO DISTRATTO: riceve il bene e se ne “dimentica”, evitando di ringraziare o, se lo fa, dimostra la sua gratitudine in maniera maldestra e/o ambivalente, o con molto ritardo.
  5. BENEFICATO SILENZIOSO: non dimostra mai palesemente di aver bisogno di aiuto, ma inconsapevolmente mette in