
Relazioni oggettuali: quando l’amore diventa una prestazione
16 Febbraio 2026“Chi non è stato guardato, impara a mettersi in scena.”
Se da bambini non siamo stati visti – perché l’attenzione era altrove, perché i problemi degli adulti occupavano la stanza, perché dovevamo essere “bravi” più che autentici – molto probabilmente da adulti svilupperemo un’abilità speciale: performare per ricevere amore.
Non è una scelta consapevole. È una strategia di sopravvivenza affettiva, che sposta l’attenzione completamente sugli altri.
Il bambino che cresce in contesti difficili comprende presto che per essere considerato deve fare qualcosa. Essere spontaneo non basta. Occorre essere interessante, brillante, forte, responsabile, intelligente, disponibile. Così impara a trasformare l’esistenza in una prestazione.
E la prestazione diventa identità.
La trappola della performance affettiva
Performare significa esistere sotto sguardo. Fare per essere riconosciuti. Dare per essere amati. Dimostrare per meritare.
All’inizio funziona. A scuola sei quello bravo. In famiglia sei quello che non crea problemi. Nelle relazioni sei quello presente, attento, capace di capire l’altro guardandolo in faccia, prima ancora che l’altro parli.
Il problema è che la strategia del performare per essere visti e ricevere amore ha un effetto collaterale potente: ti prepara al giudizio continuo. Nel momento in cui mi comporto in modo da soddisfare le aspettative degli altri, mi sto mettendo nella condizione di far decidere agli altri se andrò bene o male. Mi costruisco quindi un clima di tensione che culminerà con un voto o una valutazione – hai fatto bene/hai fatto male – che decreterà il mio successo come individuo o la mia totale sconfitta.
Se valgo per ciò che faccio, allora posso smettere di valere appena smetto di fare.
La performance crea dipendenza dall’approvazione. E l’approvazione è instabile per definizione. Quindi chi performa di fatto, non è una persona libera, ma dipende dal giudizio degli altri. Possiamo quindi essere dipendenti dall’alcool, dalle droghe, dalle sigarette, ma anche dall’approvazione.
Quando ti prendi cura dei bambini interiori degli altri
Performare per essere visti significa spesso finire in relazioni dove si viene sfruttati, si è remissivi, ovvero incapaci di dire no alle richieste, e ci si prende cura degli altri in modo sproporzionato.
Relazioni dove la performance diventa il regolatore emotivo della coppia. Il motivatore del partner. Il contenitore delle insicurezze altrui.
In altre parole: ci si occupa dei bambini interiori degli altri.
A quel punto, se proprio vogliamo occuparci dei bambini degli altri, risulta più redditizio aprire un asilo nido, che ne dite?
Il paradosso che ne deriva è che nel tentativo di essere finalmente scelti, si finisce per diventare indispensabili. E l’indispensabilità non è amore, è funzione.
Chi è indispensabile e viene scelto per ciò che fa difficilmente viene amato per ciò che è.
Il circolo vizioso del performare per essere visti
La dinamica della performance è molto sottile ma al tempo stesso subdola e potente.
Più performi, più ricevi conferme -> più ricevi conferme, più temi di perderle -> più temi di perderle, più aumenti la performance
Si crea un circuito vizioso chiuso.
Nel frattempo, la differenziazione – la capacità di distinguere i propri bisogni da quelli degli altri – si riduce. In questi casi infatti, si vive in un rapporto di continuum con gli altri e si è spesso impossibilitati a riconoscere se stessi e i propri bisogni. L’identità si appiattisce sulla funzione relazionale.
La domanda implicita diventa: “Se smetto di fare tutto questo, resterà qualcuno?”
Chi vive così spesso sperimenta una stanchezza cronica che non è fisica, ma identitaria. È la fatica di sostenere un personaggio.
Il costo psicologico dell’essere sempre all’altezza
La performance permanente ha tre costi principali.
- l’ansia da valutazione. Ogni contesto relazioanle diventa un esame che genera un’ansia da prestazione.
- la rabbia trattenuta. Dare sempre di più genera inevitabilmente frustrazione quando non si riceve nella stessa misura. E ancora più rabbia generano le critiche o i giudizi dati di fronte al grande impegno.
- il vuoto. Quando la scena si spegne, resta la domanda: chi sono senza pubblico?
Molte persone che arrivano da me in terapia con sintomi d’ansia, dipendenza affettiva o difficoltà relazionali non stanno lottando contro un disturbo. Stanno lottando contro una strategia che un tempo li ha salvati e oggi li intrappola.
La performance è stata una soluzione funzionale in un contesto carente. Ma le soluzioni efficaci, se reiterate fuori dal contesto originario, spesso si trasformano in problemi.
Smettere di performare: non è smettere di fare, è smettere di farlo per essere amati
Qui si apre il punto decisivo.
Non si tratta di diventare passivi, né di rinunciare alle proprie competenze. Si tratta di cambiare il movente.
Finché l’azione è guidata dal bisogno di essere visti, ogni gesto è carico di aspettativa. Quando l’azione nasce da scelta e non da necessità affettiva, cambia la qualità dell’esperienza. Una scelta può essere il desiderio di farlo perché piace, ovviamente non sempre, per l’entusiasmo, per l’ambizione, per uno scopo nobile. Ma in ogni caso è importante che rimanga una scelta. E scegliere significa poter dire anche di no, se sentiamo di non voler fare quella determinata cosa. Altrimenti ricadiamo nella performance per essere amati.
Essere meno performanti non significa essere meno capaci. Significa essere meno dipendenti dallo sguardo.
Ed è una rivoluzione silenziosa.
Strategie per iniziare a essere più se stessi
Di seguito propongo tre strategie operative, in linea con una logica breve strategica.
1. Per questa volta passo
Prova a scegliere consapevolmente un ambito a basso rischio e a creare una micro-imperfezione controllata e volontaria o prova a dire dentro di te: “per questa volta passo”.
Ad esempio:
- Evita di rispondere subito a un messaggio.
- Evita di offrirti automaticamente in aiuto.
- Evita di anticipare il bisogno dell’altro.
Osserva poi cosa accade. La maggior parte delle persone scopre che il mondo non crolla. L’altro non abbandona. La relazione regge. Ma ti invito comunque a provare per verificare che sia così anche per te.
2. Lascia andare qualche bambino
Chi performa tende a intervenire subito: consiglia, sistema, organizza.
Allenati a fare un passo indietro. Quando senti l’impulso di “salvare” la situazione, attendi. Lascia che l’altro si muova, si arrangi, si confronti con la propria responsabilità.
In questo modo interrompi la dinamica dell’asilo affettivo e inizi a restituire agli altri il loro spazio di crescita.
La tua identità non coincide più con la funzione di regolatore emotivo.
3. Regola il volume
Chi vive in modalità performance ha un microfono puntato costantemente sull’esterno. Ogni sguardo, ogni commento, ogni silenzio viene amplificato. Il problema non è il giudizio in sé. Il problema è il volume che gli attribuiamo.
“Non mi ha risposto subito.” Diventa: “Non sono abbastanza.”
“Mi ha fatto una critica.” Diventa: “Sto perdendo valore.”
Regolare il volume significa interrompere questa escalation automatica.
Operativamente, si può fare così:
Quando ricevi una valutazione – positiva o negativa – prova a tradurla in termini descrittivi e non identitari.
Invece di: “Non sono stato all’altezza.” Fallo diventare: “In questa situazione, quella persona ha espresso una preferenza.”
Invece di:: “Mi ha lodato, quindi valgo.” Fallo diventare: “Ha apprezzato ciò che ho fatto.”
In questo modo sposti il giudizio dal piano dell’essere al piano del fare.
Inoltre, allenati a immaginare un mixer audio mentale. Se senti che una critica sta saturando tutto lo spazio interno, chiediti: “Che volume le sto dando da 0 a 10?”
Poi abbassalo di due punti, intenzionalmente, o anche di 3.
Non stai negando l’informazione. Stai evitando che diventi definizione di identità.
Questo esercizio è cruciale perché la performance si alimenta dell’iper-sensibilità allo sguardo. Quando il volume si regola, il bisogno di performare per essere visti perde intensità.
Dal palcoscenico alla presenza
Essere visti non è la stessa cosa che essere amati.
Chi ti guarda mentre ti esibisci ammira la performance. Chi resta quando scendi dal palco sta incontrando te.
Il passaggio cruciale è questo: smettere di organizzare la vita come un’audizione permanente.
Non si tratta di diventare invisibili. Si tratta di permettersi di esistere senza dover meritare lo sguardo.
Perché l’amore sano e adulto non si conquista per bravura, si incontra per autenticità.
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