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“Mio figlio mangia poco”. Come gestire l’inappetenza nei bambini

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Tempo di lettura: 7 minuti

figlio mangia pocoUna delle preoccupazioni più diffuse tra i genitori e, in particolar modo tra le mamme, riguarda l’alimentazione dei propri figli.

L’alimentazione rappresenta un complesso intreccio di dimensioni affettive, emotive e relazionali. Attraverso l’atto del nutrire, infatti, la madre provvede al benessere psicologico del bambino oltre alla mera soddisfazione dei suoi bisogni organici, influenzando così la qualità della relazione con lui.

Durante la fase di svezzamento, tra il quinto e il sesto mese di vita, il bambino comincia a sperimentare per la prima volta una forma di nutrizione differente  rispetto all’allattamento. Questo rappresenta un momento di cambiamento e di novità per il piccolo, che lo condurrà gradualmente ad acquisire maggiore autonomia rispetto alle figure genitoriali. In questo periodo è importante, quindi,  che il bambino venga accompagnato alla scoperta di nuovi sapori e, al tempo stesso, lasciato libero di pasticciare e toccare il cibo, in modo che possa sviluppare una corretta percezione della fame ed una propria autonomia.

Spesso è tipico delle mamme pensare che il proprio bambino non si nutra a sufficienza, e non è raro vederle apprensive e preoccupate quando  inizia a rifiutare il cibo, anche solo occasionalmente.

Perché un figlio mangia poco?

I motivi di tale rifiuto possono essere davvero tanti.

Se pensiamo, ad esempio, al comportamento alimentare degli adulti un elemento tipico è, infatti, la variabilità, che può essere legata a questioni fisiologiche (cambiamenti stagionali/climatici), organiche (presenza di eventuali patologie) o psichiche. Capita anche a noi adulti  di sviluppare inappetenza durante periodi di malattia e convalescenza, o in presenza di situazioni particolarmente stressanti.

Allo stesso modo, anche il comportamento alimentare dei bambini può variare in base a vari eventi o condizioni.

Per fare un esempio pratico, quando i genitori cambiano il tipo di alimentazione del bambino, passando dal somministrare cibi liquidi a solidi, da quelli dolci a salati, questo cambiamento può indurlo a rifiutare inizialmente la novità attraverso il comune sintomo dell’inappetenza.

L’inappetenza può comparire anche quando il bambino attraversa una fase di minore crescita corporea che richiede a livello fisiologico un apporto minore di calorie, così come in presenza di disturbi intestinali, malattie influenzali ed esantematiche.

Reazioni dei genitori

Come reagisce un genitore quando un figlio mangia poco?

Una delle credenze più comuni tra i genitori è quella di interpretare i rifiuti e le ostinazioni del bambino come un comportamento scorretto, o un capriccio. In realtà è importante comprendere che l’ostinazione a non mangiare fa parte del normale percorso di crescita e può essere considerato come il primo modo di dire “no” attraverso cui il piccolo afferma, lentamente, il distacco dalla madre. Non dimentichiamo, inoltre, che la presenza di alcuni eventi percepiti dal bambino come stressanti o traumatici possono influenzare le sue abitudini alimentari, portandolo a rifiutare determinati cibi che lui ha associato a quei particolari periodi. Se prima il bambino era abituato a nutrirsi dal caldo seno della madre, nella fase di svezzamento dovrà adattarsi a nuove fonti di nutrimento come il biberon o il cucchiaino, decisamente più fredde e distaccate.

Come dovrebbe reagire un genitore di fronte ad un figlio che mangia poco?

In questi particolari periodi è sufficiente che i genitori aspettino serenamente che il piccolo ristabilisca gradualmente il suo equilibrio, senza preoccuparsi in modo eccessivo e senza forzare o insistere nel proporre i vari alimenti.

E’, infatti, importante non creare tensioni emotive e non mostrare segni di preoccupazione al figlio che mangia poco, perchè queste potrebbero innescare un circolo vizioso nel rapporto tra la madre e il piccolo, per cui:

  • La madre, insiste affinché il bambino mangi;
  • Il bambino percepisce l’ansia materna, perdendo il piacere nei confronti del cibo, che quindi verrà rifiutato;
  • La madre svilupperà ulteriori preoccupazioni, trasmettendo al bambino emozioni negative che lo porteranno ad un ulteriore rifiuto.
Lettura di approfondimento:  Cose serie: il gioco!

Se è vero che nella maggior parte dei casi i comportamenti di rifiuto del cibo possono essere considerati come parte del normale percorso di crescita del bambino, è altrettanto vero che talvolta possono costituire dei veri e propri disturbi alimentari alla cui origine potrebbe esserci un disagio psicologico e relazionale.

Consigli da adottare quando un figlio mangia poco

Come è possibile allora intervenire in modo concreto se vostro figlio mangia poco?

Ecco alcuni consigli su cosa fare:

  1. Cercate innanzitutto di comprendere che cosa il bambino sta cercando di comunicare attraverso il suo rifiuto, ascoltandolo e cogliendo eventuali segnali di un suo disagio emotivo.
  2. Alcune  circostanze potrebbero avere influenzato la sua alimentazione (tensioni familiari, cambiamenti improvvisi nella sfera del bambino, difficoltà connesse al nuovo di tipo di alimentazione, la nascita di un fratellino, trasloco o trasferimento)
  3. Consultate il vostro pediatra o uno specialista per escludere la presenza di malattie che potrebbero aver causato il problema alimentare.
  4. Cominciate voi per primi a dare il buon esempio, mostrando un comportamento alimentare sano a tavola, dal momento che il bambino lo prenderà come riferimento. Se ad esempio non siete avvezzi a mangiare le verdure o la frutta dovrete aspettarvi un comportamento simile anche da parte del vostro bambino.
  5. Create un clima sereno e accogliente durante i pasti, mangiate in modo tranquillo aspettando che tutti siano presenti a tavola. Porgete il cibo al bambino serenamente e mettetelo a proprio agio, aspettando che lo consumi con calma e secondo i suoi tempi.
  6. Provate a variare i tipi di cibo che proponete al bambino, invitandolo a scoprire nuovi gusti. Se non dovesse apprezzare, piuttosto che insistere, riproponete lo stesso cibo durante i pasti successivi per almeno 5-10 volte. Nel caso in cui dovesse continuare a mostrare ostilità verso specifici cibi, assecondate i suoi gusti.
  7. Organizzate 5 pasti da somministrare al bambino in modo regolare nell’arco della giornata, variando preferibilmente il tipo di cibo.
  8. Per invogliare il bambino a mangiare frutta e verdure può essere utile mangiarle insieme a lui e mostrare apprezzamento con frasi del tipo “Guarda che bella quest’arancia! Guarda che bel colore ha!”.
  9. Usate un po’ di fantasia. Variate il tipo di cottura degli alimenti in modo da renderli più gustosi e appetibili. Inoltre, curare la presentazione degli alimenti, creando delle forme originali e accattivanti, può suscitare curiosità nel bambino, invogliandolo a consumare più volentieri frutta e verdura. Secondo uno studio, infatti, i bambini sono più invogliati a consumare frutta e verdura se sono presentate a forma di barchetta rispetto a quando vengono disposte su un semplice piatto bianco.
  10. Le quantità di cibo andranno stabilite secondo il buon senso. Servite una piccola porzione di cibo sul piatto del bambino, in modo che sarà eventualmente lui stesso a chiederne altro.
  11. Durante lo svezzamento lasciate il vostro bambino libero di sperimentare nuovi sapori e di toccare il cibo, anche pasticciando. Secondo una ricerca americana i bambini a due anni e mezzo sono capaci di scegliere i cibi più nutrienti e di autoregolarsi nelle quantità, soprattutto quando sono lasciati liberi di esprimersi.
  12. Mostratevi disinteressati mentre il bambino mangia, in modo da trasmettergli l’idea che ciò di cui si nutre non rappresenta un problema e così da riequilibrare la naturalezza del pasto. Il bambino, infatti, ha una capacità innata di stabilire i tipi e le quantità di cibo necessarie.
  13. Invogliate i bambini a farsi delle porzioni da soli. Ciò insegnerà  loro ad autoregolarsi e a renderli protagonisti attivi della loro alimentazione, non  soggetti passivi.
  14. Considerate che la presenza di alcuni momenti di inappetenza e rifiuto del cibo è normalmente legata alle fasi di crescita del bambino. In genere, dagli otto/nove mesi fino ai tre anni, il bambino inizia il graduale processo di distacco dalla madre, e costruisce la sua identità anche attraverso momenti di opposizione in cui afferma la sua presenza nel mondo.
Lettura di approfondimento:  Come aiutare un bambino esplosivo

Comportamenti da evitare

Vediamo adesso quali comportamenti, invece, andrebbero evitati.

  1. Pregarli o insistere. Se il vostro bambino non mangia, forzarlo o ricattarlo risulterebbe inutile, anzi aumenterebbe ulteriormente la sua ostinazione. E’ molto più utile interrompere il suo pasto con un bel sorriso soddisfatto, evitando di mostrare preoccupazione o irritazione.
  2. Ricattarli. Usare il cibo come modo per premiare o punire il bambino (“se vai all’asilo ti do una caramella”, “se non mangi non andiamo a giocare fuori”), lo trasformerebbe in metro per valutare la correttezza del suo comportamento, andando a snaturare la sua reale funzione.
  3. Evitate frasi come “Mangia questo perché cresci bene!” oppure frasi colpevolizzanti del tipo “Mangia tutto perché ci sono bambini che non hanno cibo”, in quanto risulterebbero inutili.
  4. Non trasformate il momento del pasto in uno show, coinvolgendo altri familiari, poiché il bambino potrebbe presto stancarsi e pretendere ogni volta stimoli sempre nuovi. Inoltre, situazioni di questo tipo potrebbero  sovraeccitarlo e distrarlo, facendogli perdere il gusto di assaporare lentamente e consapevolmente il cibo.
  5. Evitate di far mangiare il bambino fuori pasto, cercando di mantenere una certa regolarità nella sua routine alimentare.
  6. Non rimproverate il bambino se tocca il cibo con le mani o se tende a sporcarsi, e lasciate che possa mangiare con i suoi tempi senza mettergli fretta.
  7. Evitate di accendere la tv o altri apparecchi elettronici (telefoni, smartphone, palmari) a pranzo e cena. Mangiare tutti insieme, senza fretta e distrazioni favorisce la creazione di un clima di dialogo in famiglia, e, come sottolineato anche dai pediatri, permette  al bambino di  vivere il momento del pasto in modo sereno e di sviluppare un sano rapporto con il cibo.
  8. Non allarmatevi se vostro figlio mangia poco, ma attendete con pazienza che questo periodo di inappetenza passi. Secondo i pediatri, infatti, sarebbe opportuno  preoccuparsi, più che quando il bambino mostra inappetenza, quando tende a mangiare in quantità esagerate, chiedendo continuamente cibo. Questa condizione infatti, se protratta nel tempo, può portare talvolta all’obesità.

In generale possiamo, quindi, constatare che il contesto relazionale ed il clima familiare in cui si inserisce l’alimentazione del bambino possono fortemente influenzare il suo atteggiamento nei confronti del cibo, così come l’appetito e il senso di sazietà.

E’ importante che il pranzo e la cena siano connotati da un ambiente sereno e rappresentino un’occasione di confronto, scambio di parole, condivisione di affetti ed emozioni positive  tra i componenti della famiglia.

Quando ciò non è possibile, a causa di problematiche interne alla famiglia il benessere psichico del bambino potrebbe essere intaccato, e di conseguenza anche il suo comportamento alimentare. Nel caso in cui, siano stati esclusi disturbi di tipo organico in seguito alla consultazione del pediatra, è piuttosto probabile che il problema alimentare del bambino riveli delle carenze nel sistema familiare. Sarà necessario, dunque, tenere conto non solo dei sintomi specificamente legati all’alimentazione, ma considerare il benessere del bambino in modo globale, partendo dal cambiamento del contesto che lo ha generato.

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Conclusioni

In conclusione, con un figlio che mangia poco, sarà necessario allora:

  • Modificare quegli atteggiamenti educativi disfunzionali che tendono ad opprimere il bambino, trasmettendogli ansia, irritazione e frustrazione.
  • Favorire le occasioni di svago e gioco con i coetanei con i quali il bambino ha instaurato rapporti di amicizia, preferibilmente all’aria aperta e lontano dall’utilizzo di apparecchi elettronici.
  • Ridurre il tempo dedicato allo studio nel caso in cui dovesse risultare eccessivo.
  • In presenza di tali problematiche e difficoltà relazionali riscontrate nel contesto familiare sarebbe indispensabile tenere in considerazione l’eventualità di richiedere una consulenza psicologica per comprendere quali fattori contribuiscono a generare il problema alimentare del bambino, ed eventualmente intraprendere un percorso di psicoterapia familiare o di coppia.

Approfondimenti

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Dr.ssa Stefania Zappulla

Dr.ssa Stefania Zappulla

PSICOLOGA MILANO
Specialista in Clinica Psicoanalitica
Realizza progetti di inserimento lavorativo e conduttrice di gruppi di auto-aiuto per familiari di pazienti psichiatrici. Fornisce uno spazio di accoglienza e supporto ai genitori dei bambini ricoverati presso l’ospedale pediatrico Vittore Buzzi di Milano.
Dr.ssa Stefania Zappulla

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