Il burn out, proprio perché è un cronicizzarsi di risposte allo stress che diventano patologiche, insorge gradualmente e si possono distinguere 4 fasi:
- PRIMA FASE, detta anche dell’“entusiasmo idealistico”, l’operatore si sente motivato dalla sua scelta di svolgere una professione si tipo assistenziale, con aspettative di “onnipotenza”, di successo, di miglioramento del suo status e di quello dei suoi utenti. In questa prima fase l’operatore comincia però ad entrare in contatto con i bisogni degli utenti e spesso tralascia o trascura i propri bisogni profondi e le proprie motivazioni.
- SECONDA FASE, detta anche di “stagnazione”, l’operatore continua a lavorare ma si accorge che il suo lavoro non lo soddisfa del tutto e i risultati dei suoi sforzi lavorativi cominciano a risultare inconsistenti. Comincia a farsi strada un sentimento di profonda delusione. Da una precedente immagine di salute, bontà, potere, l’operatore diventa vittima del dolore, del disagio e dei bisogni, espressi dall’ utente, come se fosse difficile distinguere se stesso dall’ altro.
È solo un gioco. Quante volte abbiamo pronunciato questa frase per indicare che, in fondo, non è niente di serio. In realtà, a ben pensare, non è possibile associare al termine gioco un aggettivo riduttivo, perché ciò che il gioco è in grado di fare nella vita di un bambino (e non solo) è qualcosa di straordinario.
Uno dei maggiori contributi in tale ambito è sicuramente quello di Jean Piaget (1945), il quale considera il gioco un elemento centrale dello sviluppo cognitivo.
Pubblico qui di seguito un'intervista che ho rilasciato al Secolo XIX sul tema del work addiction (dipendenza da lavoro) a cura di Isabella Faggiano.

Siamo malati di lavoro? (SECOLO XIX 09/05/12)
La rivista Scandinavian Journal of Psychology ha pubblicato il lavoro di quattro ricercatori, due dell’Università di Bergen (Norvegia) Andreassen, Pallesen, e due della Nottingham Trent University – Griffiths e Hetland – sulla validazione di una scala per la misura della dipendenza da lavoro o work addiction.
Nel campo della terapia familiare si sta verificando un crescente spostamento da un’epistemologia basata sui principi cibernetici ad un’epistemologia centrata sull’idea che le relazioni e la costruzione dell’identità emergano attraverso storie prodotte socialmente (Mc Namee, 1998).
Gli scienziati sociali che utilizzano il “metodo interpretativo” (Bruner, Geertz, White), propongono la storia come cornice per organizzare e strutturare l’esperienza vissuta, come mezzo attraverso cui conferire significato all’esperienza vissuta. E’ attraverso le storie che l’esperienza viene interpretata. Le storie permettono alle persone di esaminare il susseguirsi degli eventi attraverso una dimensione temporale; è con esse che possiamo comprendere i cambiamenti avvenuti nella nostra vita, perché sono queste che li determinano. La narrazione struttura l’esperienza umana, è attraverso l’atto di raccontare che si ha l’opportunità di creare una versione differente della nostra vita.
Considerato il grande interesse suscitato dall’articolo sul Legame d’Attaccamento con l’Ambiente, in questo pezzo vi parlerò di cosa accade quando un forte legame affettivo ed emotivo, con il nostro spazio, viene interrotto.
Abbiamo detto che, fin dalla nascita, instauriamo importanti legami con l’ambiente in cui viviamo e che essi sono paragonabili agli stili d’attaccamento che si creano con la persona che si prende maggiormente cura di noi nei primissimi momenti della nostra esistenza.
Di conseguenza entrambe le tipologie di legame, sono caratterizzate da un’importanza fisica legata alla sicurezza e protezione e da una forte componente affettiva.
Uno degli aspetti significativi del compagno immaginario è che il bambino che lo crea lo tratta come se fosse una vera persona, con una sua dignità e con caratteristiche personali che lo differenziano talvolta in modo notevole da colui che l’ha creato. Il bambino gli conferisce un’autonomia di pensiero e una vita personale alla quale si dedica quando non è impegnato con il suo compagno vero. Tale capacità di dare una personalità e un’immagine ben definita a un essere puramente inventato, implica che il bambino abbia da tempo acquisito un’adeguata rappresentazione cognitiva di sé e abbia raggiunto un’avanzata organizzazione mentale, nonché una capacità di autocoscienza, intesa come consapevolezza o esperienza dell’interiorità.
Il primo motivo è che vi sono delle regole che governano una conversazione normale, tra le quali l’assunto che le conoscenze che abbiamo siano per la maggior parte condivise.
Il secondo motivo riguarda i processi di ragionamento; infatti l’uomo tende spontaneamente a confermare le proprie ipotesi piuttosto che disconfermarle, scartando inconsapevolmente le informazioni che sono in contraddizione con quella ipotesi.
A questo punto sembra opportuno parlare anche della ritrattazione e dei motivi per i quali essa avviene.
Ci sono professioni in cui la necessità di comprendere quando si sta male, quando si soffre emotivamente, è di primaria importanza.
Sto parlando delle professioni ad alto contenuto relazionale, come ad esempio le professioni in ambito educativo e le professioni mediche e sanitarie (insegnanti, educatori, assistenti sociali, psicologi, medici, infermieri...). Proprio per il fatto di essere relazionali, quindi a costante contatto con l’emotività, a volte la sofferenza degli altri, può esporre i professionisti a fonti non indifferenti di stress, che possono trasformarsi in ciò che, in gergo tecnico, chiamiamo burn out.
Tre tipologie di legame
Facendo propria la visione sistemica di insieme, nel momento in cui i due protagonisti della relazione interagiscono e vivono il rapporto, danno vita ad un qualcosa che è molto di più della semplice somma degli scambi tra i due partner stessi. Ed è proprio la peculiarità del legame che si viene a creare, che la coppia dovrebbe “curare” per evitare conflitti, incomprensioni e rotture definitive.
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